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L'ACT dà agli adolescenti gli strumenti per orientarsi nell'incertezza

L’adolescenza è un momento di grande cambiamento nella vita delle persone: fisico, emotivo, cognitivo e sociale. È anche la fase in cui possono emergere disturbi psicosociali (ansia, depressione e disturbi alimentari i più frequenti tra i giovani). Complici il distanziamento fisico e l’isolamento dato dalla chiusura delle scuole, la pandemia ha accentuato i disagi sperimentati dai giovani. I disturbi preesistenti e quelli innescati dal lockdown col tempo si stanno stabilizzando e intensificando; servono interventi per arginarli. L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) può aiutare ragazzi e ragazze ad adattarsi al contesto senza perdersi in comportamenti a rischio, il cui richiamo è forte a questa età. Per una maggiore efficacia, è stato messo a punto un modello psicologico su misura per gli adolescenti, il DNA-V: stessi assunti dell’ACT, ma declinati in un sistema di metafore più chiare e immediate per loro.

I cambiamenti e le criticità dell’adolescenza

L’adolescenza abbraccia buona parte della nostra età evolutiva. È una fase molto delicata nella nostra vita: cambia il rapporto con noi stessi (in termini di immagine corporea, pensieri, attitudini, interesse verso la sfera sessuale) e con gli altri, in particolare con genitori e coetanei (i secondi si impongono sui primi, diventando le figure di riferimento principali).
Da adolescenti, facciamo fatica a gestire l’intensità degli stati d’animo e la mole di pensieri che ci attraversano: viviamo in bilico tra la voglia di conoscere cose nuove e la paura di perdere i punti fermi che fino a quel momento abbiamo avuto. Questo causa delle forti oscillazioni nel nostro umore, nell’autostima e nelle emozioni.

L’adolescenza è anche il periodo in cui emerge la maggior parte dei disturbi psicosociali, precisamente tra i 15 e i 25 anni[1]. I più ricorrenti tra i giovani sono:
  • ansia
  • depressione
  • disturbi alimentari

    ACT e adolescenti – oscillazioni emotive
    ACT e adolescenti – oscillazioni emotive / Foto di Ben Weber - Unsplash

Il rischio d’insorgenza di disturbi psicosociali nei giovani è aumentato durante la pandemia

Con le sue restrizioni, una su tutte l’interruzione delle lezioni in presenza, il Covid ha innalzato il rischio d’insorgenza di disturbi tra i minorenni. I dati evidenziano due tendenze:
  • una stabilizzazione di disagi potenzialmente passeggeri. Il disturbo post traumatico da stress dato dal primo lockdown (che, solo in Italia, potrebbe aver colpito quasi 1 bambino su 3) si sta trasformando in disturbo da disadattamento, con ripercussioni fisiche e cognitive[2].
  • un’intensificazione dei disturbi già presenti nel periodo precedente alla pandemia. Ansia e depressione sul lungo periodo provocano disturbi del sonno e fatica psicologica. La frustrazione innescata dall’isolamento porta anche ad episodi di aggressività domestica, perdita di autostima e comportamenti autolesionisti.
Tra marzo e aprile 2020 è stata registrata un’impennata degli accessi in ospedale di adolescenti (+50-57% in tutto il mondo[3]). In Italia si nota una preoccupante incidenza di autolesionismo marcato e tentato suicidio tra i giovani in Pronto Soccorso (il 65% dei casi tra ottobre 2020 e aprile 2021). Boom di richieste di aiuto anche per l’anoressia: +28%[4].
Come gestire al meglio le difficoltà emotive e psicologiche contingenti in un’età che è di per sé complessa?

ACT e adolescenti – stop lezioni in presenza / Foto di marco fileccia - Unsplash

Un modello psicologico mirato può aiutare i giovani ad adattarsi al cambiamento

L’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) è una tecnica psicologica articolata in tre step (accettazione del dolore, contatto con il presente, individuazione dei propri valori fondanti) che ci permette di reagire a eventi esterni adattando di volta in volta il nostro comportamento senza perdere di vista i nostri obiettivi. Può essere un valido aiuto per gli adolescenti; ora più che mai, la flessibilità psicologica può essere una risorsa per adattarsi al periodo difficile che stanno vivendo.

Per rispondere in modo mirato alle necessità dei giovani, è stato messo a punto il modello DNA-V, che li allena a padroneggiare tre competenze[5]: esploratore (D – discoverer), osservatore (N – noticer), consulente (A – Advisor). Tutt’e tre lavorano al servizio dei valori (V – values), che come nell’approccio originale dell’ACT orientano l’agire della persona.

Il consulente rappresenta la capacità di autoconsigliarci, la voce interiore che interpreta il passato, costruisce credenze nel presente, fa previsioni sul futuro. È un comportamento che mette in campo l’esperienza sotto forma di linguaggio e pensiero per capire rapidamente cosa fare. È una voce ambivalente: a volte può essere d’aiuto, altre d’intralcio. Attraverso questa metafora, l’adolescente impara che la voce interna è solo una parte di sé, non lo rappresenta nella sua interezza. Nell’ACT corrisponde all’accettazione e alla defusione.

L’osservatore coincide con l’abilità di entrare in contatto con noi stessi e con il nostro sentire; ci aiuta a sganciarci dai pensieri che ci distaccano dalla realtà. Lo fa in tre modi: raccoglie informazioni sensoriali, dalle quali capiamo come stiamo interagendo con l’esterno; ci rende consapevoli delle nostre azioni e del loro effetto sugli altri; ci fa cogliere le opportunità intorno a noi favorendo il contatto con persone, cose e luoghi. In questo modo l’adolescente non si isola nel proprio mondo interiore, ma mantiene un solido appiglio al momento presente.
Nell’ACT gli stessi concetti sono ricompresi nella mindfulness e nel sé come contesto (lo sguardo esterno con cui osserviamo noi stessi e i nostri stati interiori).

ACT e adolescenti – osservatore DNA-V / Foto di Devon Divine - Unsplash

L’esploratore ci insegna a gestire la voglia di esplorare e sperimentare il mondo. Ci guida nel testare comportamenti e cose nuove valutandone il funzionamento, ricercare valori importanti per la nostra vita, mettere a fuoco i nostri punti di forza.
Grazie a questo approccio, l’adolescente incanala la sua naturale propensione al rischio, alle novità e alle sensazioni forti in attività funzionali di scoperta. Scoperte che renderanno la sua vita gratificante e ricca di senso.
Traducendo nel linguaggio ACT, questa figura abbraccia l’identificazione dei valori e l’azione impegnata.

In conclusione, la pandemia è stata definita da alcuni psicologi un detonatore6 di disturbi tra gli adolescenti. Allo stesso modo, il modello DNA-V può essere il catalizzatore di un percorso di scoperta e messa a frutto delle loro capacità cognitive, emotive, comportamentali. Un viaggio dalla sicurezza dell’infanzia alla complessità della vita adulta, in cui la bussola per orientarsi – anche nell’incertezza più totale - sono i valori che ognuno sceglie per sé.







Stacchiamoci dalle narrazioni, passiamo ai fatti. La tecnica dell’ACT applicata al Covid

L’ACT è uno degli approcci della psicologia cognitivo-comportamentale moderna (o di terza ondata); mira a gestire in maniera funzionale pensieri o sentimenti dolorosi anziché modificarli o cercare di eliminarli. Basata su 3 pilastri (accettazione, consapevolezza, valori), si articola in 6 passi: dall’ascolto di noi stessi fino all’azione coerente ai nostri perché più profondi.
La tecnica punta a un cambio di prospettiva della persona. Maturando la capacità di adattare i propri comportamenti al contesto senza perdere di vista i propri obiettivi, essa vivrà una vita piena e consapevole. L’attenuarsi del dolore psicologico è un riflesso della flessibilità mentale acquisita. L’ACT può aiutarci ad affrontare pensieri e sentimenti legati alla pandemia, grazie al protocollo FACE COVID: 9 consigli pratici elaborati dallo psicologo Russ Harris condivisi da tutta la comunità psicologica.

L’ACT è un approccio psicoterapeutico che lavora sulla relazione che abbiamo con i nostri pensieri disfunzionali e le emozioni negative. Muove dalla premessa che la radice della nostra sofferenza sia nel linguaggio, cioè nell’insieme di processi mentali (previsioni, ricordi, piani, giudizi, confronti) che alimentano il dialogo con noi stessi. Questo dialogo interiore può restituirci un’immagine distorta della nostra persona, una narrazione che prende il sopravvento sui fatti, su ciò che siamo realmente nel presente. Solo comprendendo questa fusione con i nostri pensieri possiamo gradualmente distaccarcene.
ACT e Covid – fusione con i pensieri / foto di Charles Deluvio - Unsplash

Un altro postulato dell’ACT è che il dolore fa parte della vita. Per vivere un’esistenza soddisfacente, è più utile notarlo in noi (ossia renderci consapevoli della sua presenza) che mettere in atto dei comportamenti per evitarlo. L’evitamento finirebbe solo per amplificarlo, facendoci inoltre spendere inutilmente energie. L’accettazione di tutti i nostri stati d’animo è quindi un altro pilastro di questa teoria. Centrale è anche riuscire a individuare i valori che muovono le nostre azioni. Chiederci “perché lo faccio?” ci fa capire cosa conta davvero per noi e ci suggerisce scelte che rispecchiano i nostri valori, anche se impegnative o dolorose.[1]

Una maggiore flessibilità psicologica è a soli 6 passi da noi

L’ACT è composta da 6 passi:
  • accettazione delle esperienze dolorose come parte della nostra esperienza;
  • contatto con il momento presente (cioè accogliere le sensazioni mentali e fisiche del momento, applicando una tecnica chiamata mindfulness);
  • defusione (cioè presa di distanza dalla fusione con la nostra mente);
  • osservazione di noi stessi e dei nostri stati interiori con uno sguardo esterno;
  • individuazione dei nostri valori fondanti;
  • impegno concreto a perseguirli.[2]
L’obiettivo di questo approccio è guadagnare flessibilità psicologica: essere in contatto con il momento presente e adattarsi agli eventi e all’ambiente circostante agendo in armonia con i nostri valori (decidendo quindi di volta in volta se sia più funzionale cambiare o portare avanti un certo comportamento). La diminuzione della sofferenza psicologica è solo la conseguenza di un cambio di prospettiva più ampio: uscire dalla nostra mente per entrare nella nostra vita[3].

Come affrontare le ripercussioni emotive date dal Covid-19 con l’ACT

La pandemia, le chiusure forzate e il clima di insicurezza nel quale siamo immersi da mesi possono portarci a maturare paura, ansia, apatia, rabbia, frustrazione… Sono tanti i pensieri e le emozioni in ballo; viviamo una situazione alla quale non eravamo preparati e dalla quale non sappiamo quando e come usciremo.

Questa percezione sta avendo riscontri scientifici: un recente studio dell’Istituto Superiore di Sanità insieme all’Università della Campania[4] sul funzionamento psicosociale degli italiani durante il lockdown ha evidenziato:
  • un aumento dei livelli di ansia, depressione e di sintomi riconducibili allo stress, soprattutto nella popolazione femminile.
  • un rapporto direttamente proporzionale tra la durata del lockdown e il rischio di sviluppare sintomi ansioso-depressivi seri. 
ACT e Covid – stress popolazione femminile / foto di engin akyurt - Unsplash

Per fronteggiare questo periodo, Russ Harris (medico e psicoterapeuta inglese specializzato in gestione dello stress) ha stilato un protocollo ispirato all’ACT chiamato FACE COVID. Ogni lettera corrisponde a un’azione precisa, che adattata in italiano[5] suona così:

F - Focalizzati su ciò che puoi controllare. L’andamento della pandemia, così come i grandi cambiamenti globali e il futuro in genere non dipendono da noi. Concentriamoci sulle azioni concrete che possiamo mettere in atto qui e ora.


A – Accogli i pensieri e i sentimenti. Cerchiamo di essere consapevoli di ciò che accade dentro di noi.

Un esempio? Possiamo formulare mentalmente frasi come “Noto che sto provando rabbia”, “la mia mente sta facendo pensieri catastrofici”, “Sto provando un sentimento di frustrazione”.

C – Connettiti con il tuo corpo. Percepiamo la nostra fisicità nello spazio: facciamo respiri profondi, sciogliamo le spalle o il collo con movimenti morbidi, uniamo i polpastrelli delle mani, premiamo con le piante dei piedi a terra. Le esperienze tattili ci ancorano al presente e possono aiutarci a ritrovare la calma.

E – Entra pienamente in ciò che stai facendo. Concentriamoci sull’ambiente in cui ci troviamo e notiamo quello che ci suggeriscono i sensi. Cosa vediamo? Quali suoni sentiamo? Che odori? ecc.

C – Compi azioni mirate. Domandiamoci cosa possiamo fare nel nostro piccolo per migliorare la nostra vita e quella degli altri e agiamo di conseguenza.

Un esempio molto attuale? Rispettare le regole che prevengono il contagio.

O – Offri un atto di gentilezza e compassione. Se stiamo soffrendo, concediamoci di provare emozioni negative. Cerchiamo di avere nei nostri riguardi la stessa gentilezza che avremmo nei confronti di amici o persone care nella stessa situazione.

V – Valori. Troviamo una o più linee guida che orientino le nostre azioni: gentilezza, rispetto, altruismo, libertà… Molte cose che facciamo spesso hanno una ragione di fondo comune che ci fa stare bene con noi stessi. Perseguiamola il più possibile.

I – Individua le tue risorse. Facciamo mente locale su chi e cosa può aiutarci se ne abbiamo bisogno: parenti, amici, vicini di casa, associazioni, numeri verdi, specialisti, servizi di assistenza, ecc.

D – Disinfettati e stai a distanza. Con pochi accorgimenti possiamo proteggere noi stessi, le persone intorno a noi e l’intera comunità.

ACT e Covid - protocollo FACE COVID / immagine originale: Hey! I miss you. di Daniel Barreto per United Nation Covid-19 Response

Con queste indicazioni possiamo lavorare in modo pratico e efficace su mente e corpo nel presente e gettare le basi per un nuovo approccio futuro. Non a caso, il significato dell’acronimo ACT è Acceptance and Commitment Therapy, ossia terapia dell’accettazione e dell’impegno. Un ponte che parte dal qui e ora e ci porta passo dopo passo verso un orizzonte di vita più consapevole e gratificante.



Parla con me - come discutere per preservare la salute della coppia


Discutere con la persona amata è un’esperienza che può generare emozioni difficili da gestire. Evitare lo scontro non migliora la situazione, al contrario rischia di far allontanare i due sempre di più, fino a raggiungere distanze incolmabili. Meglio fare un bel respiro, armarsi di pazienza (più qualche regola di buona condotta) e affrontare la questione con la necessaria apertura mentale.

Negli ultimi anni si è sviluppato un interessante dibattito su quanto i pensieri influenzino le emozioni all’interno delle coppie o, viceversa, le emozioni distorcano le valutazioni cognitive, generando in entrambi i casi possibili situazioni di conflitto.
Nelle prime teorie cognitiviste gli autori consideravano il pensiero superiore rispetto all’emozione (Beck et al., 1979): infatti il significato che il soggetto dava all’evento causava l’emozione seguente. Oggi si ritiene maggiormente che ci sia reciprocità fra pensiero ed emozione (Le Doux, 1996; Damasio, 2001), poiché, se è vero che il modo in cui interpretiamo l’accaduto genera in noi specifiche emozioni, è vero anche il contrario e cioè che una particolare emozione richiama un significato ad essa congruente:
se siamo arrabbiati ci verrà spontaneo attribuire intenzionalità al gesto di qualcuno che potrebbe essere scortese senza accorgersene, mentre lo stesso gesto può essere facilmente giustificato se l’umore è positivo. Allo stesso modo, però, se siamo abituati a considerare con diffidenza le persone, quel gesto avrà di nuovo un significato intenzionale, volontario; se invece siamo più ottimisti nei confronti degli altri ad un’azione o una parola ambivalente saremo portati a dare l’interpretazione migliore.
Questa ricorsività oggi è stata osservata anche attraverso la risonanza magnetica per immagini, dalla quale risultano un gran numero di connessioni all’interno del cervello fra la parte razionale (la corteccia frontale) e quella limbica, chiamata anche corteccia emotiva (Atkinson, 2005).
immagine: discussioni di coppia - reciprocità tra pensiero ed emozione/ Photo by Randy Fath on Unsplash

I segnali di una relazione che sta per finire

Per questa ragione gli psicologi contemporanei con una lunga esperienza nel trattamento delle coppie (J. Gottman, Sue Johnson) tendono a dare una sempre maggiore importanza alla circolarità fra pensieri ed emozioni e sottolineano l’importanza del saper gestire la comunicazione per evitare da un lato fraintendimenti ed esplosioni emotive, dall’altro silenzi prolungati e ritiri; due comportamenti che rischiano di portare la coppia alla deriva.
Gottman, autore di numerosi studi sulle coppie, ha individuato quattro comportamenti predittivi di crisi importanti che, a lungo andare, possono portare a una rottura definitiva del rapporto:
  1. Atteggiamento di critica costante
  2. Atteggiamento difensivo: il partner che si sente attaccato si chiude in se stesso ritirandosi dalla relazione o trovando nuovi interessi che lo tengano lontano; oppure a sua volta reagisce con rabbia; in entrambi i casi il suo atteggiamento impedisce di risolvere il conflitto
  3. Disprezzo: spesso in un litigio il motivo della discussione si sposta dal comportamento specifico alla svalutazione dell’intera persona e uno dei due membri della coppia può far sentire l’altro inferiore o umiliato (per esempio si può passare da “Perché non mi dai mai una mano in casa?” a “Ti comporti come se fossi un principe, ma non hai mai combinato niente nella vita”)
  4. Ostruzionismo: rappresenta l’impossibilità di chiarire i motivi di un conflitto; se una delle parti della coppia tenta di aprire il dialogo, dall’altra parte trova chiusura, disinteresse, indifferenza.
immagine: discussioni di coppia - comportamenti predittivi di crisi / Photo by Nicholas Gercken on Unsplash
Per reagire a queste quattro modalità, che Gottman chiama i cavalieri dell’Apocalisse, gli psicologi concordano sull’importanza della comunicazione. Già, ma come si fa a restare sui giusti binari quando c’è tanta tensione in ballo?

Suggerimenti per gestire i conflitti e le comunicazioni difficili

Prima di tutto è necessario iniziare la discussione con la mente aperta, cioè consapevoli della propria parte di responsabilità nella situazione che si è venuta a creare: se c’è un disaccordo, le responsabilità vanno ricercate da entrambe le parti.
Inoltre è importante che ognuno dei due partner sia a contatto con le proprie emozioni e i propri bisogni di vicinanza, sicurezza e attaccamento. Il bisogno di attaccamento nei mammiferi è universale; etologi e psicologi hanno largamente dimostrato la spontaneità di questo comportamento (Harlow, 1958). Conoscere ed esprimere liberamente i propri desideri e le aspettative nei confronti del rapporto aiuta la coppia a essere più consapevole delle motivazioni e dello stato mentale dell’altro.
Un altro consiglio che viene caldamente proposto è quello di discutere con empatia, ovvero comprendendo le motivazioni dell’interlocutore anche se non si condividono, senza giudicarle e senza svalutarle.
immagine: discussioni di coppia - discutere con empatia / Photo by Etienne Boulanger on Unsplash

Come parlare, come ascoltare

Infine ci sono anche comportamenti specifici che si possono adottare, a seconda del nostro ruolo durante la discussione.
Quando parliamo:
  • focalizziamoci sull’argomento, senza allargare il discorso ad altri temi;
  • evitiamo le generalizzazioni (sempre, mai, ogni volta…) e limitiamoci a discutere dell’evento specifico;
  • cerchiamo di usare frasi brevi e non cediamo al desiderio di fare un’orazione: perderemmo l’attenzione dell’altro.
Se invece ci troviamo dalla parte dell’ascoltatore, sarà necessario evitare di fare altre cose:
  • evitiamo di interrompere il partner; piuttosto, stiamo attenti e teniamo a mente i punti su cui tornare quando sarà il nostro turno per esprimere il nostro disaccordo;
  • quando saremo pronti a rispondere, non cerchiamo immediatamente scuse e non attacchiamo l’altro partendo dal presupposto che la miglior difesa sia l’attacco: non faremo altro che convincere la nostra metà di avere ragione. Esprimiamo, invece, le ragioni che ci hanno spinto a un certo comportamento, eventualmente scusandoci.
Per evitare di parlarsi sopra senza ascoltarsi, infine, un suggerimento semplice ma molto efficace: teniamo un oggetto morbido in mano (un peluche, un pacchetto di fazzolettini e così via). La regola è che parla solo colui che tiene in mano questo oggetto: questa modalità, oltre a permettere a tutti e due di esprimersi e farsi ascoltare, costituisce un primo contratto su cui la coppia potrebbe accordarsi.

Vuoi migliorare la comunicazione all’interno della tua coppia? Contattami, individueremo il percorso migliore per te e la tua metà.

Imparare la collaborazione, attivare la resilienza

La notizia del terremoto del Centro Italia avvenuto nella notte del 24 agosto del 2016 ha lasciato scossa tutta la penisola… In pochi secondi una moltitudine di paesi sono stati distrutti, si contavano centinaia di morti… La vita di molte persone era cambiata inesorabilmente nel tempo di una manciata di minuti…

E anche Norcia, cittadina così caratteristica del territorio umbro, aveva sentito tremare la terra, aveva visto lunghe crepe formarsi sui muri delle case, aveva assistito impotente alle opere di sfollamento e rinforzo dei palazzi da parte della Protezione Civile. Avevano resistito i muri; ma le persone, terrorizzate da ciò che avevano visto quella notte, erano ugualmente state costrette a riparare nelle tende, nelle palestre, nei dormitori allestiti. E non solo Norcia aveva dovuto sopportare i movimenti della terra: Campi, Preci, Castelluccio… E molte altre frazioni, molti altri ameni paesi si ritrovavano ora a dover fare i conti con il terrore.

In quell’occasione l’Ordine degli Psicologi dell’Umbria (ma anche altri Ordini di diverse regioni come il Lazio, la Lombardia e la Campania) si sono immediatamente mobilitati chiamando a raccolta in forma di volontariato tutti gli iscritti che avessero dato la propria disponibilità per sostenere psicologicamente gli abitanti di queste popolazioni.

Fra i professionisti reclutati ho aderito anch’io ed ho ritenuto l’esperienza che ho vissuto così piena e formativa che condivido volentieri l’esperienza.

Durante questa prima scossa mi sono trovata a collaborare in un gruppo formato da 9 terapeute di cui 5 provenienti dall’Associazione EMDR di Milano, una dall’Ordine della Campania, una da quello della Lombardia ed una dal Lazio; infine c’ero io, in quell’occasione unica rappresentante dell’Ordine dell’Umbria. Poiché una buona parte degli edifici di Norcia, dove era stato allestito il campo della Protezione Civile, aveva resistito alla scossa, noi terapeute eravamo state alloggiate in una piccola pensione a qualche chilometro dall’accampamento. Ho trascorso notte e giorno, cinque giornate con queste altre terapeute.
immagine: terremoto - gruppo terapeute volontarie
Avendo anch’io la formazione EMDR ho utilizzato insieme alle colleghe milanesi questo approccio in un protocollo particolare incentrato sulle emergenze ottenendo ottimi risultati in tema di elaborazione e sollievo: dopo circa 6 sedute di trattamento le persone riferivano di sentirsi meglio e di vivere il ricordo in maniera più distaccata e visivamente meno nitida. Nelle fasi finali emergevano anche pensieri più positivi che contenevano la speranza di poter rientrare nelle case e riprendere la propria quotidianità.

Ho avuto modo di osservare colleghe più esperte di me in fatto di emergenze ed ho potuto apprendere un modus operandi formato da tanti fattori che per me, abituata alla tranquillità del mio piccolo studio, erano nuovi: ho imparato la tempestività, ovvero la capacità di fare scelte nell’immediato e di assumersene la responsabilità, certi di ciò che si sta facendo. Ho partecipato alle mansioni organizzative: perché anche nell’emergenza è necessario riuscire a mantenere quel minimo di ordine che garantisca un lavoro finalizzato e non svolto in maniera caotica. Sono stata con il gruppo anche nei momenti al di fuori dell’intervento, per esempio la sera, prima di andare a dormire: anche qui ho imparato moltissimo. Ho imparato a riparlare di ciò che accade durante la giornata per riformularlo e riuscire a dare un significato a ciò che era accaduto a quelle persone e a ciò che stavo facendo io. Ho imparato la collaborazione: diverse persone che prima non si conoscevano, diverse formazioni, diversi curricula, diverse provenienze. Eppure un’unica efficiente organizzazione la cui finalità principale era dare sollievo alle paure di quelle persone. Con le colleghe oggi mi ritengo amica: persone che non conoscevo, che vedevo anche con un po’ di diffidenza… Invece il legame che ne è nato è stato molto forte a causa dello stress a cui siamo state sottoposte, i racconti delle madri impaurite per i loro figli, delle persone sole che tutt’a un tratto si sono accorte di quanto erano vulnerabili, degli anziani che raccontavano la loro rassegnazione… Le scosse che noi stesse sentivamo anche durante le sedute!

Poi la terra sembrava essersi calmata… Per tutto il mese di settembre e quasi tutto il mese di ottobre, solo piccole scosse che, se continuavano a torturare l’anima di chi viveva in quelle zone, però non creavano ulteriori danni agli edifici, erano scosse ben lontane da quelle che avevano seminato morte alla fine di agosto…

Ma era solo un momento di riposo… Alla fine di ottobre (il 26 e il 30) Madre Terra ha ricominciato a scuotersi, questa volta con scosse fortissime, questa volta ferendo profondamente anche la nostra cara Umbria: Norcia, Preci, Campi, Monteleone non ce l’hanno fatta… Sono crollate anche loro… I muri si sono sgretolati sotto la spinta che i movimenti tellurici imprimevano alla superficie! Ancora una volta, però, la morte ci ha sfiorati ma non si è fermata: i cittadini, infatti, già da diversi mesi, spaventati dal terremoto di agosto, dormivano fuori dalle loro case (allora le temperature lo permettevano ancora…) e questo ha salvato la vita di molti!
immagine: terremoto - San Benedetto Norcia
Nuova emergenza, di nuovo tanta gente che vedeva i propri progetti distruggersi davanti agli occhi. Ancora tanto dolore, tanta paura, tanta ansia per un futuro tutto da riscrivere. Immediatamente si sono attivati per la seconda volta l’Ordine dell’Umbria e l’Associazione EMDR ed io, come tanti altri psicologi, ho dato la mia disponibilità. Questa volta la suddivisione dei compiti è stata diversa: nella core zone sono andati un gruppo di colleghi esperti nell’ambito delle emergenze, mentre io ed altri colleghi siamo stati assegnati come sostegno alle persone che erano state sfollate ed accolte negli alberghi. Così, in un luogo sicuro, l’esperienza è stata ancora una volta nuova per me: c’era modo di rivedersi, di fare un numero di sedute tali da creare una relazione di fiducia e conoscenza non accelerata dai tempi. Ho appreso così le tante storie delle persone che ho ascoltato prima di somministrare il protocollo EMDR, reazioni immediate, squarci di realtà, immagini impresse, sensazioni, odori, il “grande boato” che ha spaventato tutti, la confusione nel riversarsi nelle strade e poi ritrovarsi, infreddoliti e con gli occhi sbarrati, nel parco fuori le mura, riconoscersi, sostenersi, aspettare per vedere se stiamo tutti bene… Mi hanno raccontato di armadi che cadevano fracassando tutto ciò che contenevano (piatti, bicchieri, bottiglie…), la strada si muoveva come un nastro, sembrava volerti far cadere per dispetto, le automobili dondolavano come se fossero state leggere leggere, pareva che si ribaltassero!
immagine: terremoto - case crollate
Poi, piano piano, è arrivato un po’ d’ordine, la Protezione Civile ha ricominciato il suo lavoro… E molti sono arrivati lì, negli alberghi, molte erano le persone con cui in seguito avremmo lavorato noi psicologi… Ma non era finita qua. Già perché, quello che ho sentito più spesso dai giovani adulti era il rammarico di aver perso tutto, tutto: la casa, sì, molti anche il lavoro. Ma anche le piccole cose: le foto del matrimonio, i vestiti, oggetti di persone care… Li avrebbero riavuti?
immagine: terremoto - piccole cose
Altre persone mi hanno raccontato del cimitero distrutto, bare allo scoperto e della disgustosa blasfemia che leggevano in tutto questo. Gli anziani, invece, cercavano di farsi una ragione del fatto che forse non avrebbero più rivisto Norcia… “Eh, coi tempi che abbiamo noi italiani mica ci ritorno più a Norcia”… La speranza era quella di avere almeno la famosa “casetta”: da lì sì, si poteva ricominciare raccontavano. Ma la loro preoccupazione non era per loro, era per i loro figli, gente forte, in gamba, con tutto il futuro ancora da divorare: giovani genitori di bambini ancora piccoli, coppie appena sposate che hanno avuto il coraggio di sobbarcarsi un mutuo, ragazzi intraprendenti che avevano da poco aperto un’attività, fiduciosi nella riuscita dei loro progetti… E adesso? Dove trovare la tanto famosa “resilienza” in una storia del genere? Come aiutarli a riprogettare il futuro ancora con fiducia?
immagine: terremoto - crolli
Ecco: questo è ciò che abbiamo fatto noi psicologi, questa la sfida che abbiamo accettato, questo lo scopo del nostro agire lì, negli alberghi, camminando verso mete confuse che si andavano delineando a poco a poco insieme alle persone che avevamo davanti che con incredibile tenacia, comunque, erano pronte a ripartire.

photo by: marcellomigliosi1956, Angelo_Giordano, The Climate Reality Project, Sweet Ice Cream Photography)

(Articolo pubblicato su “La Mente Che Cura – Rivista dell’Ordine degli Psicologi dell’Umbria”, Anno III, N. 3, Agosto 2017)

La sindrome di primavera, l’altra faccia della bella stagione

Molti di noi aspettano la primavera come una vera e propria benedizione dopo le buie e fredde giornate invernali: immaginiamo il cielo sereno, il sole brillante, i fiori profumati che sbocciano nei prati e sugli alberi. Ma quando la bella stagione arriva davvero, il quadro cambia rapidamente: i profumi dei fiori e i colori delle farfalle lasciano il posto alle allergie da polline, agli sbalzi di temperatura, a una continua e fastidiosa sonnolenza. Questo insieme di disturbi che possono manifestarsi da marzo a maggio, costituiscono quella che è stata definita la sindrome di primavera o sindrome da letargo. Questo disturbo, oltre a un affaticamento quotidiano davvero difficile da combattere, può portare con sé una serie di conseguenze più importanti che vanno dalla mancanza di concentrazione a un accrescimento dell’irritabilità, fino a vere e proprie psicopatologie come attacchi di panico o depressione.
immagine: sindrome di primavera - disturbi / credits: Ryan Winterbotham

Ascoltiamo il nostro corpo e accontentiamolo con piccoli gesti quotidiani

Un primo importante punto da seguire quando il nostro corpo ci lancia dei messaggi è quello di non sottovalutare i sintomi: invece di assecondare il suo bisogno di riposo e concederci una pausa, spesso tendiamo a giudicarci come pigri e svogliati, con un conseguente calo di autostima e sottoponendoci a uno stress ancora maggiore. Quindi è importante imparare a fermarci un attimo per ascoltarci: il rimedio più efficace è capire di che cosa abbiamo bisogno e, nel limite del possibile, accontentare la nostra richiesta.
Le azioni rigeneranti per la nostra salute psicofisica sono semplici e applicabili ogni giorno:
  • mangiare pasti equilibrati, per non appesantirci e non togliere energie alla nostra concentrazione impegnandole eccessivamente nel processo digestivo;
  • fare un po’ di movimento tutti i giorni: basta una camminata all’aria aperta per scaricare lo stress;
  • concederci alcuni piaceri personali, come la cura del corpo, migliora l’autostima e ci aiuta a gestire l’irritabilità;
  • dedicare un certo tempo alla meditazione prima di iniziare la giornata, focalizzandoci solo sul momento presente per almeno 15 minuti ogni mattina, ci restituisce la grinta fiaccata dalla sindrome di primavera e giorno dopo giorno migliora la concentrazione;
  • anche fare esercizi di respirazione consapevole può aiutarci a superare questo periodo difficile insegnandoci ad accettare tutte le emozioni (compresa l’ansia che ne deriva) senza esserne sopraffatti; il grande vantaggio è che possiamo esercitarci in qualunque momento, perché si tratta della pura e semplice respirazione alla quale siamo già abituati, senza grandi respiri e senza affrettarne il ritmo, basta lasciarla scorrere spontanea.
immagine: sindrome di primavera - movimento per ridurre stress / credits: Arek Adeoye

La sindrome di primavera non dura per sempre, siamo comprensivi con noi stessi!

Il secondo punto da tenere presente è volersi bene e accettare di vivere queste difficoltà sapendo che sono legate a un lasso circoscritto di tempo: possiamo sopportare il fatto di non essere nella nostra forma migliore per qualche mese al massimo e mettercela tutta per vivere questa fase nel miglior modo possibile. Come?
  • congratulandoci con noi stessi tutte le sere per essere riusciti a superare un’altra dura giornata;
  • approfittando del fine settimana per fare ciò che ci piace invece di dedicarci a pulire la casa o fare il cambio di stagione nel guardaroba;
  • tenendo un diario dove annotare ogni giorno un piccolo evento che ci ha portato gioia, un’attività che ci aiuterà a migliorare il tono dell’umore.
immagine: annotare eventi positivi per migliorare umore / credits: Cathryn Lavery
Infine, il terzo punto è guardare i nostri gesti quotidiani con una certa dose di flessibilità, una competenza che è fondamentale in tutti i momenti di affaticamento psicofisico: tutto quello che ci sembra urgente e impossibile da rimandare spesso si può accantonare e riprendere in un secondo momento. Avere la capacità di andare contro le nostre inutili rigidità è già di per sé un rimedio efficace contro lo stress.

Ti riconosci in questo stato psicofisico? Vuoi qualche suggerimento personalizzato per affrontare la sindrome di primavera? Contattami.