Visualizzazione post con etichetta adolescenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta adolescenza. Mostra tutti i post

L'ACT dà agli adolescenti gli strumenti per orientarsi nell'incertezza

L’adolescenza è un momento di grande cambiamento nella vita delle persone: fisico, emotivo, cognitivo e sociale. È anche la fase in cui possono emergere disturbi psicosociali (ansia, depressione e disturbi alimentari i più frequenti tra i giovani). Complici il distanziamento fisico e l’isolamento dato dalla chiusura delle scuole, la pandemia ha accentuato i disagi sperimentati dai giovani. I disturbi preesistenti e quelli innescati dal lockdown col tempo si stanno stabilizzando e intensificando; servono interventi per arginarli. L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) può aiutare ragazzi e ragazze ad adattarsi al contesto senza perdersi in comportamenti a rischio, il cui richiamo è forte a questa età. Per una maggiore efficacia, è stato messo a punto un modello psicologico su misura per gli adolescenti, il DNA-V: stessi assunti dell’ACT, ma declinati in un sistema di metafore più chiare e immediate per loro.

I cambiamenti e le criticità dell’adolescenza

L’adolescenza abbraccia buona parte della nostra età evolutiva. È una fase molto delicata nella nostra vita: cambia il rapporto con noi stessi (in termini di immagine corporea, pensieri, attitudini, interesse verso la sfera sessuale) e con gli altri, in particolare con genitori e coetanei (i secondi si impongono sui primi, diventando le figure di riferimento principali).
Da adolescenti, facciamo fatica a gestire l’intensità degli stati d’animo e la mole di pensieri che ci attraversano: viviamo in bilico tra la voglia di conoscere cose nuove e la paura di perdere i punti fermi che fino a quel momento abbiamo avuto. Questo causa delle forti oscillazioni nel nostro umore, nell’autostima e nelle emozioni.

L’adolescenza è anche il periodo in cui emerge la maggior parte dei disturbi psicosociali, precisamente tra i 15 e i 25 anni[1]. I più ricorrenti tra i giovani sono:
  • ansia
  • depressione
  • disturbi alimentari

    ACT e adolescenti – oscillazioni emotive
    ACT e adolescenti – oscillazioni emotive / Foto di Ben Weber - Unsplash

Il rischio d’insorgenza di disturbi psicosociali nei giovani è aumentato durante la pandemia

Con le sue restrizioni, una su tutte l’interruzione delle lezioni in presenza, il Covid ha innalzato il rischio d’insorgenza di disturbi tra i minorenni. I dati evidenziano due tendenze:
  • una stabilizzazione di disagi potenzialmente passeggeri. Il disturbo post traumatico da stress dato dal primo lockdown (che, solo in Italia, potrebbe aver colpito quasi 1 bambino su 3) si sta trasformando in disturbo da disadattamento, con ripercussioni fisiche e cognitive[2].
  • un’intensificazione dei disturbi già presenti nel periodo precedente alla pandemia. Ansia e depressione sul lungo periodo provocano disturbi del sonno e fatica psicologica. La frustrazione innescata dall’isolamento porta anche ad episodi di aggressività domestica, perdita di autostima e comportamenti autolesionisti.
Tra marzo e aprile 2020 è stata registrata un’impennata degli accessi in ospedale di adolescenti (+50-57% in tutto il mondo[3]). In Italia si nota una preoccupante incidenza di autolesionismo marcato e tentato suicidio tra i giovani in Pronto Soccorso (il 65% dei casi tra ottobre 2020 e aprile 2021). Boom di richieste di aiuto anche per l’anoressia: +28%[4].
Come gestire al meglio le difficoltà emotive e psicologiche contingenti in un’età che è di per sé complessa?

ACT e adolescenti – stop lezioni in presenza / Foto di marco fileccia - Unsplash

Un modello psicologico mirato può aiutare i giovani ad adattarsi al cambiamento

L’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) è una tecnica psicologica articolata in tre step (accettazione del dolore, contatto con il presente, individuazione dei propri valori fondanti) che ci permette di reagire a eventi esterni adattando di volta in volta il nostro comportamento senza perdere di vista i nostri obiettivi. Può essere un valido aiuto per gli adolescenti; ora più che mai, la flessibilità psicologica può essere una risorsa per adattarsi al periodo difficile che stanno vivendo.

Per rispondere in modo mirato alle necessità dei giovani, è stato messo a punto il modello DNA-V, che li allena a padroneggiare tre competenze[5]: esploratore (D – discoverer), osservatore (N – noticer), consulente (A – Advisor). Tutt’e tre lavorano al servizio dei valori (V – values), che come nell’approccio originale dell’ACT orientano l’agire della persona.

Il consulente rappresenta la capacità di autoconsigliarci, la voce interiore che interpreta il passato, costruisce credenze nel presente, fa previsioni sul futuro. È un comportamento che mette in campo l’esperienza sotto forma di linguaggio e pensiero per capire rapidamente cosa fare. È una voce ambivalente: a volte può essere d’aiuto, altre d’intralcio. Attraverso questa metafora, l’adolescente impara che la voce interna è solo una parte di sé, non lo rappresenta nella sua interezza. Nell’ACT corrisponde all’accettazione e alla defusione.

L’osservatore coincide con l’abilità di entrare in contatto con noi stessi e con il nostro sentire; ci aiuta a sganciarci dai pensieri che ci distaccano dalla realtà. Lo fa in tre modi: raccoglie informazioni sensoriali, dalle quali capiamo come stiamo interagendo con l’esterno; ci rende consapevoli delle nostre azioni e del loro effetto sugli altri; ci fa cogliere le opportunità intorno a noi favorendo il contatto con persone, cose e luoghi. In questo modo l’adolescente non si isola nel proprio mondo interiore, ma mantiene un solido appiglio al momento presente.
Nell’ACT gli stessi concetti sono ricompresi nella mindfulness e nel sé come contesto (lo sguardo esterno con cui osserviamo noi stessi e i nostri stati interiori).

ACT e adolescenti – osservatore DNA-V / Foto di Devon Divine - Unsplash

L’esploratore ci insegna a gestire la voglia di esplorare e sperimentare il mondo. Ci guida nel testare comportamenti e cose nuove valutandone il funzionamento, ricercare valori importanti per la nostra vita, mettere a fuoco i nostri punti di forza.
Grazie a questo approccio, l’adolescente incanala la sua naturale propensione al rischio, alle novità e alle sensazioni forti in attività funzionali di scoperta. Scoperte che renderanno la sua vita gratificante e ricca di senso.
Traducendo nel linguaggio ACT, questa figura abbraccia l’identificazione dei valori e l’azione impegnata.

In conclusione, la pandemia è stata definita da alcuni psicologi un detonatore6 di disturbi tra gli adolescenti. Allo stesso modo, il modello DNA-V può essere il catalizzatore di un percorso di scoperta e messa a frutto delle loro capacità cognitive, emotive, comportamentali. Un viaggio dalla sicurezza dell’infanzia alla complessità della vita adulta, in cui la bussola per orientarsi – anche nell’incertezza più totale - sono i valori che ognuno sceglie per sé.







Tecnologia e personalità: come il web influenza lo sviluppo dei giovani

Parlare con i giovani è il modo migliore per informarsi e conoscere meglio la loro percezione dei possibili rischi e vantaggi a cui si sottopongono utilizzando internet attraverso i vari dispositivi. Gli adolescenti di oggi appartengono alla cosiddetta i-Generation (altrimenti conosciuta come Generazione Z), che comprende i nati dalla metà degli anni Novanta fino al 2010. Questi ragazzi si muovono con dimestichezza su una serie di nuovi schermi (cellulare, consolle e così via) online e offline. La loro scioltezza è tale che essi non usano la rete, bensì la vivono (Livingstone, 2009), passando con disinvoltura da dentro a fuori e rendendo il confine fra i due mondi molto fluido, tanto che molti eventi che accadono in rete hanno una forte ricaduta anche nella loro vita reale.
immagine: tecnologia e personalità - i-generation / credits: rawpixel.com

Come usano i media digitali gli adolescenti in Europa?

L’Istituto MEDIAPPRO ha condotto nel 2004 una ricerca internazionale sull’uso dei media digitali fra i ragazzi dai 12 ai 18 anni in 10 Paesi europei, rivelando che:

  • il 90% dei giovani fa un uso abituale di internet per fare delle ricerche, guardare la posta elettronica o ascoltare la musica;
  • riguardo ai rischi di incontri con sconosciuti, il 47% di loro dichiara che non si intratterrebbe mai in rete con qualcuno di cui non conosca almeno parzialmente l’identità, dimostrando una certa percezione del potenziale pericolo insito nel web. La percentuale di rischio in Italia è ancora più bassa rispetto agli altri paesi a causa dei controlli più rigidi da parte dei genitori, restrizioni che però vengono pagate dai nostri giovani in termini di facilità d’accesso all’utilizzo del web (Mascheroni, 2012).

immagine: tecnologia e personalità - giovani europei e media digitali / credits: Gaelle Marcel

Gli effetti positivi del web sulla personalità: rafforzamento dell’identità e decision making

Non c’è alcun dubbio sul fatto che i vantaggi connessi a un uso adeguato di internet siano molteplici ed evidenti: con i motori di ricerca abbiamo immediatamente sottomano una quantità inimmaginabile di informazioni, possiamo fare ricerche e approfondimenti senza muoverci da casa rintracciando tutto il materiale che ci serve, pubblicizzare prodotti e servizi a costi accessibili; attraverso i social network manteniamo rapporti con persone anche fisicamente lontane, ritroviamo vecchie amicizie e restiamo informati su persone a cui teniamo anche dopo tanti anni, contattiamo persone altrimenti irraggiungibili; possiamo, inoltre, tenere un diario, esprimere considerazioni, crearci addirittura un lavoro su piattaforme dedicate.
Dalla compravendita online al blogging professionale, il web sembra premiare le buone idee: non necessariamente le più intelligenti, ma certamente quelle che riescono a individuare i temi caldi del momento e catturare l’interesse degli utenti. L’opportunità di mettersi in gioco pubblicamente, sperimentando la forza delle proprie convinzioni con un confronto indiretto, costituisce anche una forte spinta al rafforzamento della propria identità. Inoltre, sebbene non sia ancora stato confermato dalle ricerche, sembrerebbe che la rapidità con cui i giovani si muovono attraverso i dispositivi sia anche un fattore di potenziamento del processo decisionale (o decision making).
immagine: tecnologia e personalità - rafforzamento identità / credits: Clem Onojeghuo

Gli aspetti negativi: scarsa conoscenza e gestione emotiva, di sé e degli altri

Accanto a tutte queste meraviglie, la rete paga il prezzo della sua rapida evoluzione: a tanta velocità di sviluppo, l’uomo tecnologico non è stato in grado di far corrispondere un’adeguata conoscenza del settore e si è trovato impreparato di fronte a sviluppi non previsti: il presidente di Facebook, Mark Zuckerberg, ha affermato di non aver previsto il clamoroso successo del suo Facebook al momento della sua creazione e recentemente il co-fondatore di Twitter ha espresso grande rammarico per gli insulti e gli atteggiamenti violenti che viaggiano sul social grazie all’uso distorto della possibilità di esprimersi liberamente, garantita a qualsiasi utente abbia un account. Internet risulta un mondo poco gestito, in cui mancano regole condivise e con pochi strumenti mirati a contenere fenomeni che possono avere gravi ricadute nella vita reale delle persone. I pericoli della rete possono provenire da contatti:

  • esterni (soggetti privi di scrupoli che insultano, pretendono, minacciano, fingono, manipolano e non sono facilmente identificabili)
  • interni, cioè ragazzi stessi che a volte utilizzano in maniera disfunzionale la loro naturale propensione alla ricerca di sfide sempre nuove, a discapito della loro crescita personale e dello sviluppo delle competenze sociali. Infatti l’uso quasi esclusivo dei dispositivi e dei social per comunicare inibirebbe la capacità di conoscere e gestire le proprie emozioni (Sproull e Kiesler, 1986) soprattutto nei seguenti ambiti:
  1. capacità di autoregolazione emotiva;
  2. capacità di riconoscere le proprie emozioni e saperle contestualizzare;
  3. capacità di lettura delle emozioni altrui con conseguenti comportamenti inadeguati.
Se è vero che i social sono comunque un modo per restare in contatto e avere numerose interazioni, è però innegabile che tutto l’aspetto non verbale e paraverbale della comunicazione, così importante nel dialogo faccia a faccia, viene cancellato, ostacolando il riconoscimento chiaro della reazione dell’interlocutore e quindi la conoscenza emotiva dell’altro.
Un altro problema che sta emergendo, sebbene non sia stato ancora sufficientemente indagato, sembrerebbe derivare da una iniziale opportunità: la facilità di reperimento e la molteplicità delle informazioni ridurrebbero la capacità di concentrazione e di tolleranza dell’attesa. Il continuo passaggio da un dispositivo all’altro o da una notizia a un’altra più recente non aiuta il giovane a imparare a gestire l’incertezza, né a fermarsi di fronte all’assenza di risposte; attraverso i feedback immediati (come simboli e commenti espliciti sotto i post) non può imparare ad allontanare la ricerca di gratificazione; l’aspetto pubblico di molti eventi in rete non gli insegna a elaborare eventuali frustrazioni, percorso che richiede un momento di chiusura e riflessione personale lontano dai riflettori.
immagine: tecnologia e personalità - feedback social / credits: Marina del Castell
Il compito di proteggere questa nuova generazione passa per due punti fondamentali: comprendere che significato abbia la rete per i giovani e tenere presenti le naturali motivazioni che portano l’adolescente a progredire verso lo status di adulto, assumendo un atteggiamento volto a stimolare lo sviluppo dell’agentività dell’adolescente, cioè la consapevolezza di poter assumere responsabilmente il controllo della propria vita; questo anche attraverso un uso consapevole di internet, che gli permetta di scoprire modalità funzionali al conseguimento di tali scopi evolutivi.

Ti interessa capire come gestire nel modo migliore emozioni e rapporti al di fuori della rete? Parliamone insieme.

Adolescenti e iperconnessione: il fenomeno hikikomori

Ragazzi ritirati dalle relazioni, chiusi in se stessi, barricati nelle loro camerette con gli occhi fissi su cellulari, computer o altri dispositivi; giovani che hanno perso ogni interesse: ciò che un tempo costituiva una passione, un hobby da praticare nel tempo libero, ora non ha più attrattiva. Nei casi più gravi non studiano più, non dormono la notte per restare connessi alla rete, provocando l’alterazione dei ritmi biologici e la conseguente impossibilità di frequentare regolarmente la scuola. Mangiano pochissimo o davanti al computer. È il fenomeno hikikomori, riconosciuto per la prima volta in Giappone dallo psichiatra Tamaki Saito, direttore del Sofukai Sasaki Hospital di Tokyo.

L’identikit degli hikikomori, giovani ritirati sociali (ma non dai social)

I ragazzi definiti hikikomori (che significa “stare ritirato, stare in disparte”) temono la relazione reale con l’altro. I social esercitano su di loro un grande fascino, perché basta un dispositivo dotato di connessione, come uno smartphone, per accedere a un mondo virtuale e creare un’immagine di sé differente dalla realtà, più vicina a ciò che vorrebbero essere piuttosto che a ciò che sono; un profilo su misura per piacere, sedurre e gonfiare la propria autostima con feedback fittizi. I social network offrono le condizioni ideali per appagare il loro narcisismo: qui gli hikikomori possono condividere identità, storie, persino personalità del tutto inventate.
immagine: hikikomori - connessione
immagine: hikikomori - connessione / credits: Isabell Winter
È importante non generalizzare: molti adolescenti fanno un uso massiccio di internet per cercare luoghi, notizie, mantenersi in contatto con gli amici, ascoltare musica, ma allo stesso tempo possiedono delle capacità socio-emotive che gli hikikomori non hanno.
Il fenomeno identificato dal dottor Saito, infatti, colpisce i giovani che non hanno abilità sociali o una sufficiente autostima da permettere a se stessi di mettersi in gioco nelle relazioni reali, affrontando l’amicizia, l’amore, il conflitto, la rottura di un rapporto; tutte quelle situazioni che dobbiamo vivere da giovani, nel gruppo e con i nostri pari per riuscire ad acquisire le competenze socio-emotive necessarie a crescere e diventare adulti.
Per questa ragione lo psichiatra Tonino Cantelmi (Cantelmi et al. 2010), propone come lato opposto della medaglia la sovraesposizione, con fenomeni tipo il sexting (scambio tramite dispositivi di contenuti erotici, anche mostrando il proprio corpo) o il cyberbullismo (insulti e prese in giro in forma anonima).
immagine: hikikomori - mancanza competenze socio-emotive
immagine: hikikomori - mancanza competenze socio-emotive / credits: Alice Moore

Hikikomori: (possibili) cause e rimedi

Le cause di questa patologia sono ancora poco chiare: nel paese d’origine sembra giochi un ruolo fondamentale l’iperprotezione materna per compensare l’assenza del padre dalla vita del ragazzo, insieme a un’educazione culturalmente centrata su una sfrenata competizione; questa genera un’ansia da performance che si tradurrebbe negli hikikomori in un ritiro da qualsiasi interazione.
Anche se il fenomeno è stato scoperto in Giappone, sembra che i primi casi siano stati riscontrati anche in Europa e in Italia; un dato che ha portato alla nascita di siti orientati alla sensibilizzazione su questo problema. Dal punto di vista sociologico la situazione in Italia sembrerebbe meno drammatica, comunque non è escluso che le difficoltà ad abbandonare le sicurezze del nido familiare per mettersi in gioco nelle relazioni esterne possano avere un certo peso nel generare questo tipo di comportamento. Anche il bullismo e l’emarginazione da parte del gruppo sono tra i fattori che concorrono allo sviluppo di questa sindrome: complice la mancanza di regole condivise in rete, spesso i giovani si esprimono in piena libertà senza controlli superiori, accanendosi su singoli soggetti e innescando in essi reazioni talvolta drammatiche.

Per quanto riguarda la cura, esistono attualmente due modi di affrontare il fenomeno:

  1. considerarlo un problema sociologico più che psichiatrico, da risolvere attraverso il ricovero in struttura: qui diversi ragazzi con lo stesso problema possono relazionarsi tra loro e uscire piano piano dal proprio isolamento.
  2. ritenerlo un comportamento patologico e trattarlo come una dipendenza di nuovo genere, che può migliorare con l’aiuto di uno specialista: in questi casi il professionista dovrà avere sempre ben presente il dolore interiore che spinge il soggetto a una scelta di ritiro così estrema e dovrà prima di tutto empatizzare con questa tristezza per poter stabilire in un secondo momento la relazione che gli permetterà di potersene occupare. La pet-therapy è consigliata per tutti i tipi di evitamento sociale, perché permette al paziente di stabilendo un rapporto più rapido e spontaneo e più facilmente gestibile grazie alla presenza di un animale.
immagine: hikikomori - pet therapy
immagine: hikikomori - pet therapy / credits: Andrew Branch

Come gestire un ragazzo hikikomori all’interno delle mura domestiche?

Ecco alcuni consigli per le famiglie di un adolescente hikikomori:
  • non conviene iniziare un braccio di ferro, rimproverandolo per le ore che passa chiuso in camera; meglio piuttosto provare a sedersi accanto a lui e interessarsi genuinamente alle sue attività preferite, fare domande e chiedere spiegazioni;
  • provare a condividere con l’adolescente ciò che gli piace, per esempio giocare con lui a un videogioco;
  • proporre alternative da svolgere insieme, preferibilmente all’aria aperta e senza connessione a internet.
immagine: hikikomori - come gestirli in famiglia
immagine: hikikomori - come gestirli in famiglia / credits: JESHOOTS.COM
Purtroppo non esistono ancora linee-guida per prevenire questo comportamento, ma si possono mettere in atto alcune accortezze:
  • stabilire un tempo limite in cui il ragazzo può giocare con il suo dispositivo;
  • dialogare con lui, chiedendogli come si sente a scuola, con gli amici, con noi genitori;
  • dedicare un po’ del nostro tempo a stare insieme a lui, divertendoci, giocando insieme, prestandogli attenzione;
  • osservare il suo comportamento, provando a notare i segnali che ci invia per poter intervenire in tempo se ci rendiamo conto che sta vivendo un disagio;
  • condividere: parlare delle nostre e delle sue emozioni senza inibirci o spaventarci.
Questo vale per tutti i momenti di disagio dei giovani: se nostro figlio attraversa un periodo di difficoltà, la cosa migliore è non negare l’evidenza, in modo da poter intervenire tempestivamente, ma senza abbandonarci a reazioni allarmistiche: gli adolescenti sono giovani e quindi plastici, in grado di modificare i comportamenti che causano loro tristezza e dolore per rinascere con una nuova forza, una personalità finalmente sicura e capace di stare in mezzo agli altri.


--- Il 17 maggio è stata approvata una legge sul contrasto del cyberbullismo, che:
  • dà una definizione precisa delle azioni che rientrano in questo fenomeno;
  • affida ai gestori di siti, social o trattamenti l’impegno a rimuovere, oscurare o bloccare contenuti diffusi in rete qualora segnalati dalle vittime minorenni;
  • designa un tutor scelto tra i professori di ogni istituto per le iniziative contro il cyberbullismo;
  • prevede per i soggetti minorenni riconosciuti come cyberbulli la convocazione insieme a un genitore da parte di un questore e l’ammonimento.

Psicologia e sport: gestire emozioni e comportamenti inizia con il gioco

Ormai lo sappiamo: anche se siamo abituati a distinguere le emozioni in positive e negative, in realtà nessuna di esse è da evitare. I nostri stati d’animo, infatti, sono tutti importanti segnali che indicano quali sono i nostri obiettivi, quanto sono importanti per noi e quanto siamo vicini o lontani dal loro raggiungimento. L’ansia ci dice che uno scopo a cui teniamo molto è minacciato e potremmo perderlo; proviamo rabbia quando riteniamo di aver subito un’ingiustizia (e allora dobbiamo riflettere per capire se si sia verificata davvero, nel qual caso è giusto difenderci, oppure se l’offesa sia piuttosto dovuta a una differenza di valori tra noi e l’altra persona, nel qual caso diventa un’importante occasione di crescita); la tristezza ci indica che l’obiettivo a cui tenevamo tanto è perso, perciò dovremo trovarne un altro o cambiare strategia.
Momenti di crisi come questi sono un’opportunità per metterci in discussione e imparare qualcosa in più su noi stessi e sugli altri, ma per sfruttarli al fine di crescere è importante prima di tutto saperli gestire; è proprio questa una delle competenze che apprendiamo piano piano, crescendo e confrontandoci con loro. Quando non sappiamo ancora gestire le emozioni, rischiamo di essere travolti dall’impulsività dell’ira, schiacciati dalla morsa della paura o atterriti dal dolore. Ecco che lo sport può venire in nostro aiuto e diventare un ottimo alleato nel percorso verso la formazione di una personalità sana ed equilibrata, soprattutto da giovani.

immagine: emozioni e sport - formazione giovani / credits: Rachel Barkdoll

Il comportamento sociale migliora praticando sport

Lo sport, infatti, permette la manifestazione di emozioni anche forti in modalità e contesti socialmente accettabili ed è un importante ponte per le relazioni fra coetanei, con insegnanti e allenatori. Anche in questi ambiti intervengono i Sistemi Motivazionali Interpersonali, cioè comportamenti finalizzati al raggiungimento di un fine che si sono modellati nell’uomo attraverso l’evoluzione. I sistemi di comportamento riconosciuti sono cinque:
  1. Il comportamento di attaccamento, che garantisce la sopravvivenza del piccolo (il quale, senza un adulto come riferimento, non può essere autonomo);
  2. l’accudimento, complementare all’attaccamento, che serve anch’esso per permettere al piccolo di poter crescere e diventare adulto;
  3. il sistema sessuale, con la finalità di portare l’individuo adulto alla conquista di un partner;
  4. Il sistema agonistico, che si sviluppa per la stabilizzazione dei ruoli;
  5. il comportamento collaborativo, cioè quello che implica una cooperazione fra pari in vista di uno scopo condiviso e permette la convivenza e la continua crescita del patrimonio culturale della società.
Anche cronologicamente, quest’ultimo sistema motivazionale è quello che si sviluppa più tardi e il ragazzo diventa in grado di utilizzarlo solo dopo aver raggiunto alcune importanti tappe del comportamento sociale:
  • lo sviluppo di una certa empatia
  • la capacità di decentrarsi e vedere la situazione da altri punti di vista oltre il proprio
  • il coraggio di fidarsi dell’altro
immagine: emozioni e sport - comportamento collaborativo / credits: Quino Al

A ogni contesto il giusto comportamento (prima nello sport, poi nella vita)

Questi comportamenti naturali possono venire attivati in maniera istintiva o dopo aver imparato a utilizzarli nelle diverse occasioni per raggiungere realmente lo scopo che ci siamo prefissati; nessuno è da evitare o migliore degli altri a prescindere, ma è importante attivare il sistema adeguato alla circostanza che stiamo vivendo:
- se per vincere una partita di calcio entro in scivolata sul mio avversario e mi faccio espellere lasciando in 10 i giocatori della mia squadra, avrò compromesso il raggiungimento dell’obiettivo comune avendo attivato lo SMI agonistico al posto di quello collaborativo;
- se durante una partita di tennis mi preoccupo di non far male all’avversario con i miei tiri invece di pensare a fare punto, avrò attivato un sistema di accudimento inopportuno in fase agonistica.
immagine: emozioni e sport - sistema agonistico / credits: Christopher Burns
Attenzione, però: lo spirito agonistico deve comunque essere accompagnato dal rispetto verso le regole, l’avversario e la condivisione di valori universali come l’amicizia, lo spirito di gruppo e il rispetto del prossimo: è il concetto di fair play, che dal 1975 è fonte di ispirazione per chi pratica sport e la cui filosofia è riassunta in 10 regole di buona condotta condivise in tutto il mondo, che costituiscono la Carta del Fair Play. Applicare questi principi porta non solo alla costruzione di realtà sportive sane e inclusive, ma anche ad assistere a gesti di puro altruismo.
I semplici comportamenti derivanti dai sistemi motivazionali, così facili da ritrovare nelle attività sportive, avranno un grande valore nel futuro del giovane, quando dovrà saper utilizzare in maniera adeguata:
  • una certa grinta, senza sfociare nell’aggressività,
  • l’assertività senza temere di parlare per difendere i propri diritti,
  • l’accudimento e l’attaccamento nella sua vita privata, con il partner e i propri figli, insomma, quando affronterà i contesti sociali fondamentali nella vita umana.
Saper riconoscere l’attivazione degli SMI per poterli utilizzare nella maniera più proficua, quindi, rappresenta per chiunque una marcia in più nella gestione dei rapporti interpersonali che può essere appresa anche attraverso lo sport e il sano divertimento.