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Il dolore per quello che non è stato: faccia a faccia con il rimpianto

Il rimpianto è un’esperienza molto comune: a chi non è capitato di non fare qualcosa e poi pentirsene, oppure di rendersi conto di aver scelto l’alternativa sbagliata di fronte a un bivio della nostra vita? Evitare questa condizione è impossibile, ma possiamo fare in modo che quello che non è stato non diventi automaticamente quello che doveva essere, impedendoci di vivere al meglio il presente.

Il rimpianto viene definito come una sensazione di amarezza legata a un’occasione perduta. È importante distinguere il rimpianto dal rimorso, due stati d’animo che spesso vengono accomunati: nonostante entrambi siano accompagnati da un umore depresso, il rimpianto riguarda spesso qualcosa di non agito ed è rivolto a noi stessi, mentre il senso di colpa (o rimorso), al contrario, spesso attiene a un’azione commessa che vorremmo non aver compiuto ed è una sofferenza provocata ad altri - e a noi stessi come conseguenza - dal punto di vista emotivo.

Il rimpianto è uno stato conosciuto universalmente che ci spaventa prima di fare una scelta e ci devasta quando lo proviamo. In realtà fa parte dell’umana esperienza e, come ci viene insegnato dalla mindfulness e dall’ACT (un nuovo approccio psicoterapeutico che punta all’accettazione e alla consapevolezza del dolore come parte della nostra vita interiore), è destinato a passare al pari degli altri stati mentali e a lasciarci di nuovo nella possibilità di vivere il presente. Ma questo stato ha una caratteristica che complica ulteriormente questo passaggio mentale: è legato a un’occasione perduta nel passato, che non avremo più l’opportunità di vivere. Molto spesso questa occasione (che in realtà non abbiamo vissuto, pertanto non possiamo essere certi fino in fondo che sia migliore del nostro presente) viene idealizzata e ci appare meravigliosa e irraggiungibile. Il senso di perdita genera un dolore che può apparire incolmabile e che, se si protrae a lungo, può paralizzarci nelle scelte successive, impedendoci di agire.
immagine: rimpianto - senso di perdita / Photo by ian dooley on Unsplash

Vivere senza rimpianti è un falso mito

Cerca di vivere senza dover rimpiangere nulla” è uno dei motti assolutamente irrealistici che sono proposti a gran voce nella nostra società. Dovremmo sempre cercare di ricordare che nella vita siamo continuamente sottoposti a scelte e qualche volta può succedere di pentirsi di non aver scelto l’altra opzione. Possiamo trattenerci in questo umore doloroso per qualche ora o per qualche giorno, a patto che poi torniamo alla realtà per capire come aggiustare le cose così come stanno (problem solving), piuttosto che pensare a come le avremmo volute. Ma potremmo anche restare impigliati in amare riflessioni sul passato, condizione che genera una ricaduta anche molto grave sulla nostra vita, portando con sé bassa autostima, sfiducia nelle proprie capacità di prendere decisioni e nel futuro, impedendoci in questo modo di vivere la nostra vita a pieno, sfruttando le possibilità reali che essa offre e che, se il nostro sguardo è rivolto al passato, non riusciamo a vedere.
Questa condizione esistenziale, che può portare fino a un disturbo depressivo, affligge soprattutto coloro che si trovano spesso a rimuginare: il rimuginìo è caratteristico di diversi disturbi, fra i quali emergono in particolare il Disturbo d’Ansia Generalizzato, il Disturbo da Attacchi di Panico ed il Disturbo Ossessivo Compulsivo; i primi due caratterizzati da timori catastrofici, l’ultimo dalla paura di una catastrofe interiore (come una grave colpa).

Accettiamo la possibilità di sbagliare

Realisticamente, per scegliere un’opzione, bisogna aspettare il momento in cui si hanno a disposizione tutti i dati necessari per decidere, attesa che spesso per l’ansioso risulta intollerabile. Ma certe volte non si tratta solo di una questione di tempo: potremmo anche non disporre mai di tutte le informazioni in grado di sciogliere la nostra incertezza. Che fare in questi casi?
Dobbiamo prendere atto del fatto che non è tutto sempre controllabile e imparare ad accettare la nostra vulnerabilità. Sarebbe bello liberarci definitivamente da ogni genere di incertezza; purtroppo però il mondo non sarà mai un luogo completamente sicuro. Prima ce ne rendiamo conto, prima raggiungeremo un livello apprezzabile di fiducia interiore che ci aiuterà a modificare o accettare la situazione che ci si presenta davanti, contando sulle nostre capacità di problem solving.
Teniamo presente che il rimpianto, ossia il rimuginio focalizzato sul passato (ruminazione) è caratterizzato da uno scarso livello di concretezza e da strategie piuttosto vaghe che rifiutiamo continuamente, in quanto ritenute sempre non all’altezza rispetto al passato idealizzato.
immagine: rimpianto - accettare la vulnerabilità / Photo by Tyler Lastovich on Unsplash

Evitiamo le sabbie mobili dell’attesa

Viviamo nel rimpianto anche perché percepiamo un vantaggio nel restare fermi in un preciso momento della nostra esistenza senza riuscire a distaccarcene: continuando a rimuginare, speriamo di essere pronti di fronte a una nuova scelta simile; in realtà questa rigidità del pensiero immobilizza ancora di più l’azione, bloccandoci in un comportamento di difesa verso eventuali scelte sbagliate e impedendoci di fatto di fare nuove esperienze, alcune delle quali potrebbero rivelarsi gratificanti.
immagine: rimpianto - blocco / Photo by Wicked Sheila on Unsplash
Rispetto a questo pericoloso blocco, bisogna imparare ad accettare il nostro passato così come è andato: in questo senso la mindfulness ci invita ad accogliere tutte le situazioni ed emozioni in maniera avalutativa, cioè senza giudizi. Solo in questo modo potremo guardare il nostro presente con uno sguardo limpido e realista e attivarci per viverlo con gioia anche se non è perfetto, compiendo tutte le azioni necessarie affinché sia lui la scelta giusta, senza paragonarlo continuamente ad altri mondi irreali. Solo con un atteggiamento di accoglienza riusciremo a riconoscere il bello che c’è intorno a noi e a goderne qui e ora con gratitudine e soddisfazione.

Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.
(Mark Twain)

Vuoi allenarti a sviluppare un atteggiamento più accogliente verso i tuoi pensieri e le tue emozioni? Facciamolo insieme.

Imparare la collaborazione, attivare la resilienza

La notizia del terremoto del Centro Italia avvenuto nella notte del 24 agosto del 2016 ha lasciato scossa tutta la penisola… In pochi secondi una moltitudine di paesi sono stati distrutti, si contavano centinaia di morti… La vita di molte persone era cambiata inesorabilmente nel tempo di una manciata di minuti…

E anche Norcia, cittadina così caratteristica del territorio umbro, aveva sentito tremare la terra, aveva visto lunghe crepe formarsi sui muri delle case, aveva assistito impotente alle opere di sfollamento e rinforzo dei palazzi da parte della Protezione Civile. Avevano resistito i muri; ma le persone, terrorizzate da ciò che avevano visto quella notte, erano ugualmente state costrette a riparare nelle tende, nelle palestre, nei dormitori allestiti. E non solo Norcia aveva dovuto sopportare i movimenti della terra: Campi, Preci, Castelluccio… E molte altre frazioni, molti altri ameni paesi si ritrovavano ora a dover fare i conti con il terrore.

In quell’occasione l’Ordine degli Psicologi dell’Umbria (ma anche altri Ordini di diverse regioni come il Lazio, la Lombardia e la Campania) si sono immediatamente mobilitati chiamando a raccolta in forma di volontariato tutti gli iscritti che avessero dato la propria disponibilità per sostenere psicologicamente gli abitanti di queste popolazioni.

Fra i professionisti reclutati ho aderito anch’io ed ho ritenuto l’esperienza che ho vissuto così piena e formativa che condivido volentieri l’esperienza.

Durante questa prima scossa mi sono trovata a collaborare in un gruppo formato da 9 terapeute di cui 5 provenienti dall’Associazione EMDR di Milano, una dall’Ordine della Campania, una da quello della Lombardia ed una dal Lazio; infine c’ero io, in quell’occasione unica rappresentante dell’Ordine dell’Umbria. Poiché una buona parte degli edifici di Norcia, dove era stato allestito il campo della Protezione Civile, aveva resistito alla scossa, noi terapeute eravamo state alloggiate in una piccola pensione a qualche chilometro dall’accampamento. Ho trascorso notte e giorno, cinque giornate con queste altre terapeute.
immagine: terremoto - gruppo terapeute volontarie
Avendo anch’io la formazione EMDR ho utilizzato insieme alle colleghe milanesi questo approccio in un protocollo particolare incentrato sulle emergenze ottenendo ottimi risultati in tema di elaborazione e sollievo: dopo circa 6 sedute di trattamento le persone riferivano di sentirsi meglio e di vivere il ricordo in maniera più distaccata e visivamente meno nitida. Nelle fasi finali emergevano anche pensieri più positivi che contenevano la speranza di poter rientrare nelle case e riprendere la propria quotidianità.

Ho avuto modo di osservare colleghe più esperte di me in fatto di emergenze ed ho potuto apprendere un modus operandi formato da tanti fattori che per me, abituata alla tranquillità del mio piccolo studio, erano nuovi: ho imparato la tempestività, ovvero la capacità di fare scelte nell’immediato e di assumersene la responsabilità, certi di ciò che si sta facendo. Ho partecipato alle mansioni organizzative: perché anche nell’emergenza è necessario riuscire a mantenere quel minimo di ordine che garantisca un lavoro finalizzato e non svolto in maniera caotica. Sono stata con il gruppo anche nei momenti al di fuori dell’intervento, per esempio la sera, prima di andare a dormire: anche qui ho imparato moltissimo. Ho imparato a riparlare di ciò che accade durante la giornata per riformularlo e riuscire a dare un significato a ciò che era accaduto a quelle persone e a ciò che stavo facendo io. Ho imparato la collaborazione: diverse persone che prima non si conoscevano, diverse formazioni, diversi curricula, diverse provenienze. Eppure un’unica efficiente organizzazione la cui finalità principale era dare sollievo alle paure di quelle persone. Con le colleghe oggi mi ritengo amica: persone che non conoscevo, che vedevo anche con un po’ di diffidenza… Invece il legame che ne è nato è stato molto forte a causa dello stress a cui siamo state sottoposte, i racconti delle madri impaurite per i loro figli, delle persone sole che tutt’a un tratto si sono accorte di quanto erano vulnerabili, degli anziani che raccontavano la loro rassegnazione… Le scosse che noi stesse sentivamo anche durante le sedute!

Poi la terra sembrava essersi calmata… Per tutto il mese di settembre e quasi tutto il mese di ottobre, solo piccole scosse che, se continuavano a torturare l’anima di chi viveva in quelle zone, però non creavano ulteriori danni agli edifici, erano scosse ben lontane da quelle che avevano seminato morte alla fine di agosto…

Ma era solo un momento di riposo… Alla fine di ottobre (il 26 e il 30) Madre Terra ha ricominciato a scuotersi, questa volta con scosse fortissime, questa volta ferendo profondamente anche la nostra cara Umbria: Norcia, Preci, Campi, Monteleone non ce l’hanno fatta… Sono crollate anche loro… I muri si sono sgretolati sotto la spinta che i movimenti tellurici imprimevano alla superficie! Ancora una volta, però, la morte ci ha sfiorati ma non si è fermata: i cittadini, infatti, già da diversi mesi, spaventati dal terremoto di agosto, dormivano fuori dalle loro case (allora le temperature lo permettevano ancora…) e questo ha salvato la vita di molti!
immagine: terremoto - San Benedetto Norcia
Nuova emergenza, di nuovo tanta gente che vedeva i propri progetti distruggersi davanti agli occhi. Ancora tanto dolore, tanta paura, tanta ansia per un futuro tutto da riscrivere. Immediatamente si sono attivati per la seconda volta l’Ordine dell’Umbria e l’Associazione EMDR ed io, come tanti altri psicologi, ho dato la mia disponibilità. Questa volta la suddivisione dei compiti è stata diversa: nella core zone sono andati un gruppo di colleghi esperti nell’ambito delle emergenze, mentre io ed altri colleghi siamo stati assegnati come sostegno alle persone che erano state sfollate ed accolte negli alberghi. Così, in un luogo sicuro, l’esperienza è stata ancora una volta nuova per me: c’era modo di rivedersi, di fare un numero di sedute tali da creare una relazione di fiducia e conoscenza non accelerata dai tempi. Ho appreso così le tante storie delle persone che ho ascoltato prima di somministrare il protocollo EMDR, reazioni immediate, squarci di realtà, immagini impresse, sensazioni, odori, il “grande boato” che ha spaventato tutti, la confusione nel riversarsi nelle strade e poi ritrovarsi, infreddoliti e con gli occhi sbarrati, nel parco fuori le mura, riconoscersi, sostenersi, aspettare per vedere se stiamo tutti bene… Mi hanno raccontato di armadi che cadevano fracassando tutto ciò che contenevano (piatti, bicchieri, bottiglie…), la strada si muoveva come un nastro, sembrava volerti far cadere per dispetto, le automobili dondolavano come se fossero state leggere leggere, pareva che si ribaltassero!
immagine: terremoto - case crollate
Poi, piano piano, è arrivato un po’ d’ordine, la Protezione Civile ha ricominciato il suo lavoro… E molti sono arrivati lì, negli alberghi, molte erano le persone con cui in seguito avremmo lavorato noi psicologi… Ma non era finita qua. Già perché, quello che ho sentito più spesso dai giovani adulti era il rammarico di aver perso tutto, tutto: la casa, sì, molti anche il lavoro. Ma anche le piccole cose: le foto del matrimonio, i vestiti, oggetti di persone care… Li avrebbero riavuti?
immagine: terremoto - piccole cose
Altre persone mi hanno raccontato del cimitero distrutto, bare allo scoperto e della disgustosa blasfemia che leggevano in tutto questo. Gli anziani, invece, cercavano di farsi una ragione del fatto che forse non avrebbero più rivisto Norcia… “Eh, coi tempi che abbiamo noi italiani mica ci ritorno più a Norcia”… La speranza era quella di avere almeno la famosa “casetta”: da lì sì, si poteva ricominciare raccontavano. Ma la loro preoccupazione non era per loro, era per i loro figli, gente forte, in gamba, con tutto il futuro ancora da divorare: giovani genitori di bambini ancora piccoli, coppie appena sposate che hanno avuto il coraggio di sobbarcarsi un mutuo, ragazzi intraprendenti che avevano da poco aperto un’attività, fiduciosi nella riuscita dei loro progetti… E adesso? Dove trovare la tanto famosa “resilienza” in una storia del genere? Come aiutarli a riprogettare il futuro ancora con fiducia?
immagine: terremoto - crolli
Ecco: questo è ciò che abbiamo fatto noi psicologi, questa la sfida che abbiamo accettato, questo lo scopo del nostro agire lì, negli alberghi, camminando verso mete confuse che si andavano delineando a poco a poco insieme alle persone che avevamo davanti che con incredibile tenacia, comunque, erano pronte a ripartire.

photo by: marcellomigliosi1956, Angelo_Giordano, The Climate Reality Project, Sweet Ice Cream Photography)

(Articolo pubblicato su “La Mente Che Cura – Rivista dell’Ordine degli Psicologi dell’Umbria”, Anno III, N. 3, Agosto 2017)

Dare un nuovo significato al trauma per superarlo: conosciamo l’EMDR

Tutti noi siamo sottoposti a momenti difficili; alcuni di questi sono talmente importanti da lasciare un segno nel nostro percorso e dividere la nostra vita in un prima e un dopo l’evento. Questi momenti negativi dal valore così forte sono chiamati traumi.
immagine: emdr - prima e dopo traumi / credits: Larm Rmah

Traumi con la t maiuscola e traumi con la t minuscola

Esistono due tipi di traumi:
  • traumi con la T maiuscola: si riferiscono a un evento preciso, immediatamente collocabile dal punto di vista temporale; spesso si tratta di un cataclisma vissuto in prima persona oppure di un atto di violenza patito o di cui siamo stati testimoni.
  • traumi con la t minuscola: sono più subdoli e difficili da distinguere nel flusso della vita, perché si sono ripetuti così tante volte che non riusciamo più neanche a capire quando è iniziato l’evento che ci fa soffrire. Di solito si tratta di traumi relazionali, con origini precoci nella vita dell’individuo, spesso collocabili nell’infanzia: genitori con patologie psichiatriche gravi, dipendenti da alcol o sostanze, inaffidabili per il bambino e così via.

Andare oltre non sempre significa superare

Che siano con la t maiuscola o minuscola, nella maggior parte dei casi tendiamo ad accantonare questi traumi, imponendoci di andare oltre prima ancora di aver capito il significato di ciò che ci è successo; in questo modo pensiamo di aver superato tutto, ma non è così. In seguito agli eventi traumatici, infatti, elaboriamo schemi personali su noi stessi, sugli altri e sul futuro che spesso non ci permettono di compiere liberamente le nostre scelte o di vivere serenamente il presente.
Così in alcune fasi della nostra vita, soprattutto se siamo più vulnerabili, episodi negativi apparentemente facili da accettare hanno una risonanza fortissima e inaspettata nella nostra esistenza e ci destabilizzano: succede perché sono eventi simili a quei traumi antichi che credevamo di aver archiviato per sempre. Il nuovo porta a galla il vecchio e l’esperienza traumatica torna in superficie sotto forma di ricordi dolorosi o di forti emozioni in grado di turbarci profondamente, anche se è passato tanto tempo.
immagine: emdr - risonanza evento traumatico / credits: Xavier Sotomayor

Come superare in modo efficace e definitivo questi traumi?

Esistono molti tipi di psicoterapie per elaborare momenti di questo genere e dare un nuovo significato a cose più grandi di noi avvenute nel nostro passato, o che eravamo troppo piccoli per poter capire e accettare come parte della nostra vita. Recentemente l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato come trattamento efficace per i disturbi post traumatici da stress l’EMDR, acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing (in italiano desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari). È una tecnica recentissima, scoperta dalla psicologa americana Francine Shapiro nel 1987, che le è valsa l’importante premio Sigmund Freud nel 2002, a seguito dei successi ottenuti in campo psicoterapeutico.
Come funziona?
Attraverso il movimento degli occhi guidato dal terapeuta, l’EMDR permette:
  • la rivisitazione dei ricordi traumatici rievocando le immagini più intense per il paziente; 
  • la loro elaborazione, intesa non come la cancellazione del ricordo stesso, ma come maggiore distacco emotivo e migliore capacità di gestione dell’immagine disturbante.
In seguito alla desensibilizzazione, l’EMDR procede con un riprocessamento del ricordo traumatico, si prova cioè a dargli un nuovo significato che permetta alla persona di comprenderlo e accettarlo come una parte della propria storia passata che non influenzerà più il suo presente e il suo futuro.

Dai terremotati del Centro Italia ai bambini: una tecnica rapida, applicabile a tutti

All’inizio la tecnica EMDR è stata utilizzata come terapia in casi molto gravi di Disturbo Post Traumatico da Stress come i reduci del Vietnam, con ottimi risultati. Una volta dimostrata la sua efficacia, ha ampliato le sue applicazioni a tutte le situazioni in cui un soggetto “ha temuto per la propria vita, per la vita di altri o ha sentito che fosse minata l’integrità del proprio corpo”, secondo la definizione di trauma contenuta nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disordini Mentali (DSM-5), pubblicato dall’American Psychiatric Association nel 2013.
È un trattamento largamente utilizzato sia per eventi che riguardano il singolo (rapine, violenze), sia nel caso di cataclismi: è stato impiegato anche in catastrofi recenti, per esempio con le vittime del terremoto nel Centro Italia; grazie all’EMDR hanno provato immediatamente un certo sollievo rispetto alle loro paure.
Ha dato ottimi risultati anche con disturbi insorti a seguito di un’infanzia con traumi relazionali: depressione, lutti complicati, disturbo ossessivo-compulsivo, attacchi di panico.
immagine: emdr - disturbi legati a traumi infantili / credits: Gerome Viavant
Il vantaggio dell’EMDR è che si tratta di una tecnica piuttosto rapida nei risultati, non invasiva, che si fonda sulle risorse naturali di rielaborazione del soggetto. Per questo motivo si usa anche con i bambini: i più piccoli hanno meno difese psichiche e il loro comportamento è meno plasmato dal contesto culturale rispetto agli adulti, perciò sanno accedere più rapidamente ai propri contenuti emotivi e rispondono molto bene a questo trattamento. Evocano facilmente immagini e metafore, che aiutano il terapeuta a comprendere i significati e le emozioni legate all’evento traumatico; queste preziose indicazioni guidano il suo intervento, che consiste nel dare una nuova lettura di ciò che hanno vissuto per aiutarli a comprenderlo e accettarlo.
Sei turbato da un evento del passato? Cerchi aiuto per superare un trauma recente? Puoi contare su di me.

Fonti: emdr.it, www.paolaragnetti.it

Il coraggio di essere vulnerabili è alla base dei rapporti umani

Sempre più spesso le persone si sentono atterrite dalla polarità forte/debole, dove per forza tipicamente si indica la sicurezza, la capacità di far fronte alle difficoltà, il raggiungimento dei propri obiettivi, mentre la debolezza indicherebbe l’opposto: la mollezza, la fragilità, l’incapacità di formulare piani e strategie verso uno scopo.
La società attuale accentua questo dualismo con messaggi distorti che esaltano il super-uomo (o la super-donna), come se dovessimo essere tutti come l’immortale Achille. Ma Achille era immortale, appunto, e figlio di una dea; l’uomo muore e passa solo fugacemente su questa terra; la fragilità fa parte della sua persona, se non altro per questo. Ne fa parte come le ossa e i muscoli, come la paura e l’amore, come la fame e la sete.
Quando attraversiamo un momento di sofferenza, o quando qualcosa ci spaventa profondamente, la tentazione di costruirci una corazza dietro alla quale nascondere la nostra fragilità è molto forte. Per incoraggiare le persone a cui teniamo che devono affrontare una dura prova diciamo “resisti”, “non avere paura”, “ce la farai”; meno spesso le invitiamo a mostrare le loro paure, a non contrastarle. Non ci sembra bello ammettere davanti a loro che sì, in effetti quella cosa fa davvero paura. Così dicendo facciamo appello alla loro forza, non alla loro fragilità.


Può sembrare paradossale, eppure la capacità di essere fragili (o vulnerabili), il non aver paura di mostrarlo, è alla base delle nostre relazioni umane e di una vita più serena, come spiega la ricercatrice sociale Brené Brown nel suo illuminante intervento per TEDxHouston intitolato “Il potere della vulnerabilità”.
La Brown ha condotto uno studio di ben sei anni sulle connessioni umane, scoprendo che, alla base dei racconti delle persone intervistate a proposito delle loro connessioni, c’era sempre un sentimento di vergogna. Questa vergona è esattamente – sostiene – la paura di disconnettersi dalle persone se queste scoprono qualcosa di sgradevole su di noi.
Approfondendo l’indagine è riuscita a dividere i dati raccolti in due grandi gruppi:
  • testimonianze di persone che sentivano di meritare amore e appartenenza;
  • testimonianze di persone che lottavano per sentirsi meritevoli di amore e appartenenza, che si chiedevano sempre se fossero o meno all’altezza.
Stringendo ancora di più il cerchio e limitandosi solo al primo gruppo, la Brown ha individuato come tratto comune di quelle persone il coraggio, nel senso originale del termine. La parola coraggio deriva dal latino cor, che significa cuore; la definizione di questa parola era quindi saper raccontare la propria storia con tutto il cuore. 
vulnerabilità – raccontare una storia con tutto il cuore
vulnerabilità – raccontare una storia con tutto il cuore / foto: Fredrik Rubensson



In sostanza, le persone che si sentivano degne di essere amate e di appartenere a qualcosa avevano il coraggio di essere imperfette. Erano gentili con loro stesse, e così erano capaci di esserlo con gli altri; non cercavano di diventare la persona che avrebbero voluto essere, erano semplicemente se stesse e, grazie a questa autenticità, riuscivano a stabilire delle connessioni umane.
Un altro tratto comune tra loro era l’accettazione della vulnerabilità, la convinzione che fosse proprio ciò che le rendeva fragili a renderle anche delle belle persone. La descrivevano come un’esperienza necessaria, l’unico modo per sentirsi davvero vivi.
Nel momento in cui respingiamo le emozioni negative, respingiamo anche quelle positive, non si può scegliere quali emozioni addormentare. Se eliminiamo la vulnerabilità dalla nostra vita diventiamo completamente insensibili anche all’amore, alla gioia, alla creatività; in breve, smettiamo di vivere e iniziamo a lasciarci vivere, dando il via a un circolo vizioso di sofferenza molto più pericoloso del rischio di un’eventuale sofferenza derivante dal mostrarsi vulnerabili ogni giorno.
vulnerabilità – insensibilità alle emozioni
vulnerabilità – insensibilità alle emozioni / foto: Ivan Karasev

Ed è proprio questo il messaggio della Brown, come ricercatrice ma soprattutto come persona: accettate il fatto di essere vulnerabili.
Amate e ascoltate, anche quando non ci sono garanzie.
Smettete di rincorrere il mito della perfezione.
Siate grati dei momenti di paura, perché è proprio in quei momenti che avrete la certezza di essere vivi.
vulnerabilità – connessioni umane
vulnerabilità – connessioni umane / foto: freestocks.org


Non è un percorso semplice né immediato e la stessa Brown ha raccontato di essersi rivolta a una terapeuta per superare il momento di smarrimento che questa scoperta aveva portato nella sua esistenza:
È stata un'autodistruzione. La vulnerabilità faceva pressione, ed io la respingevo. Ho perso la battaglia, ma ho avuto indietro la mia vita.”
Contattami per affrontare insieme un percorso di riscoperta delle tue fragilità.