Visualizzazione post con etichetta flessibilità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta flessibilità. Mostra tutti i post

L'ACT dà agli adolescenti gli strumenti per orientarsi nell'incertezza

L’adolescenza è un momento di grande cambiamento nella vita delle persone: fisico, emotivo, cognitivo e sociale. È anche la fase in cui possono emergere disturbi psicosociali (ansia, depressione e disturbi alimentari i più frequenti tra i giovani). Complici il distanziamento fisico e l’isolamento dato dalla chiusura delle scuole, la pandemia ha accentuato i disagi sperimentati dai giovani. I disturbi preesistenti e quelli innescati dal lockdown col tempo si stanno stabilizzando e intensificando; servono interventi per arginarli. L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) può aiutare ragazzi e ragazze ad adattarsi al contesto senza perdersi in comportamenti a rischio, il cui richiamo è forte a questa età. Per una maggiore efficacia, è stato messo a punto un modello psicologico su misura per gli adolescenti, il DNA-V: stessi assunti dell’ACT, ma declinati in un sistema di metafore più chiare e immediate per loro.

I cambiamenti e le criticità dell’adolescenza

L’adolescenza abbraccia buona parte della nostra età evolutiva. È una fase molto delicata nella nostra vita: cambia il rapporto con noi stessi (in termini di immagine corporea, pensieri, attitudini, interesse verso la sfera sessuale) e con gli altri, in particolare con genitori e coetanei (i secondi si impongono sui primi, diventando le figure di riferimento principali).
Da adolescenti, facciamo fatica a gestire l’intensità degli stati d’animo e la mole di pensieri che ci attraversano: viviamo in bilico tra la voglia di conoscere cose nuove e la paura di perdere i punti fermi che fino a quel momento abbiamo avuto. Questo causa delle forti oscillazioni nel nostro umore, nell’autostima e nelle emozioni.

L’adolescenza è anche il periodo in cui emerge la maggior parte dei disturbi psicosociali, precisamente tra i 15 e i 25 anni[1]. I più ricorrenti tra i giovani sono:
  • ansia
  • depressione
  • disturbi alimentari

    ACT e adolescenti – oscillazioni emotive
    ACT e adolescenti – oscillazioni emotive / Foto di Ben Weber - Unsplash

Il rischio d’insorgenza di disturbi psicosociali nei giovani è aumentato durante la pandemia

Con le sue restrizioni, una su tutte l’interruzione delle lezioni in presenza, il Covid ha innalzato il rischio d’insorgenza di disturbi tra i minorenni. I dati evidenziano due tendenze:
  • una stabilizzazione di disagi potenzialmente passeggeri. Il disturbo post traumatico da stress dato dal primo lockdown (che, solo in Italia, potrebbe aver colpito quasi 1 bambino su 3) si sta trasformando in disturbo da disadattamento, con ripercussioni fisiche e cognitive[2].
  • un’intensificazione dei disturbi già presenti nel periodo precedente alla pandemia. Ansia e depressione sul lungo periodo provocano disturbi del sonno e fatica psicologica. La frustrazione innescata dall’isolamento porta anche ad episodi di aggressività domestica, perdita di autostima e comportamenti autolesionisti.
Tra marzo e aprile 2020 è stata registrata un’impennata degli accessi in ospedale di adolescenti (+50-57% in tutto il mondo[3]). In Italia si nota una preoccupante incidenza di autolesionismo marcato e tentato suicidio tra i giovani in Pronto Soccorso (il 65% dei casi tra ottobre 2020 e aprile 2021). Boom di richieste di aiuto anche per l’anoressia: +28%[4].
Come gestire al meglio le difficoltà emotive e psicologiche contingenti in un’età che è di per sé complessa?

ACT e adolescenti – stop lezioni in presenza / Foto di marco fileccia - Unsplash

Un modello psicologico mirato può aiutare i giovani ad adattarsi al cambiamento

L’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) è una tecnica psicologica articolata in tre step (accettazione del dolore, contatto con il presente, individuazione dei propri valori fondanti) che ci permette di reagire a eventi esterni adattando di volta in volta il nostro comportamento senza perdere di vista i nostri obiettivi. Può essere un valido aiuto per gli adolescenti; ora più che mai, la flessibilità psicologica può essere una risorsa per adattarsi al periodo difficile che stanno vivendo.

Per rispondere in modo mirato alle necessità dei giovani, è stato messo a punto il modello DNA-V, che li allena a padroneggiare tre competenze[5]: esploratore (D – discoverer), osservatore (N – noticer), consulente (A – Advisor). Tutt’e tre lavorano al servizio dei valori (V – values), che come nell’approccio originale dell’ACT orientano l’agire della persona.

Il consulente rappresenta la capacità di autoconsigliarci, la voce interiore che interpreta il passato, costruisce credenze nel presente, fa previsioni sul futuro. È un comportamento che mette in campo l’esperienza sotto forma di linguaggio e pensiero per capire rapidamente cosa fare. È una voce ambivalente: a volte può essere d’aiuto, altre d’intralcio. Attraverso questa metafora, l’adolescente impara che la voce interna è solo una parte di sé, non lo rappresenta nella sua interezza. Nell’ACT corrisponde all’accettazione e alla defusione.

L’osservatore coincide con l’abilità di entrare in contatto con noi stessi e con il nostro sentire; ci aiuta a sganciarci dai pensieri che ci distaccano dalla realtà. Lo fa in tre modi: raccoglie informazioni sensoriali, dalle quali capiamo come stiamo interagendo con l’esterno; ci rende consapevoli delle nostre azioni e del loro effetto sugli altri; ci fa cogliere le opportunità intorno a noi favorendo il contatto con persone, cose e luoghi. In questo modo l’adolescente non si isola nel proprio mondo interiore, ma mantiene un solido appiglio al momento presente.
Nell’ACT gli stessi concetti sono ricompresi nella mindfulness e nel sé come contesto (lo sguardo esterno con cui osserviamo noi stessi e i nostri stati interiori).

ACT e adolescenti – osservatore DNA-V / Foto di Devon Divine - Unsplash

L’esploratore ci insegna a gestire la voglia di esplorare e sperimentare il mondo. Ci guida nel testare comportamenti e cose nuove valutandone il funzionamento, ricercare valori importanti per la nostra vita, mettere a fuoco i nostri punti di forza.
Grazie a questo approccio, l’adolescente incanala la sua naturale propensione al rischio, alle novità e alle sensazioni forti in attività funzionali di scoperta. Scoperte che renderanno la sua vita gratificante e ricca di senso.
Traducendo nel linguaggio ACT, questa figura abbraccia l’identificazione dei valori e l’azione impegnata.

In conclusione, la pandemia è stata definita da alcuni psicologi un detonatore6 di disturbi tra gli adolescenti. Allo stesso modo, il modello DNA-V può essere il catalizzatore di un percorso di scoperta e messa a frutto delle loro capacità cognitive, emotive, comportamentali. Un viaggio dalla sicurezza dell’infanzia alla complessità della vita adulta, in cui la bussola per orientarsi – anche nell’incertezza più totale - sono i valori che ognuno sceglie per sé.







Stacchiamoci dalle narrazioni, passiamo ai fatti. La tecnica dell’ACT applicata al Covid

L’ACT è uno degli approcci della psicologia cognitivo-comportamentale moderna (o di terza ondata); mira a gestire in maniera funzionale pensieri o sentimenti dolorosi anziché modificarli o cercare di eliminarli. Basata su 3 pilastri (accettazione, consapevolezza, valori), si articola in 6 passi: dall’ascolto di noi stessi fino all’azione coerente ai nostri perché più profondi.
La tecnica punta a un cambio di prospettiva della persona. Maturando la capacità di adattare i propri comportamenti al contesto senza perdere di vista i propri obiettivi, essa vivrà una vita piena e consapevole. L’attenuarsi del dolore psicologico è un riflesso della flessibilità mentale acquisita. L’ACT può aiutarci ad affrontare pensieri e sentimenti legati alla pandemia, grazie al protocollo FACE COVID: 9 consigli pratici elaborati dallo psicologo Russ Harris condivisi da tutta la comunità psicologica.

L’ACT è un approccio psicoterapeutico che lavora sulla relazione che abbiamo con i nostri pensieri disfunzionali e le emozioni negative. Muove dalla premessa che la radice della nostra sofferenza sia nel linguaggio, cioè nell’insieme di processi mentali (previsioni, ricordi, piani, giudizi, confronti) che alimentano il dialogo con noi stessi. Questo dialogo interiore può restituirci un’immagine distorta della nostra persona, una narrazione che prende il sopravvento sui fatti, su ciò che siamo realmente nel presente. Solo comprendendo questa fusione con i nostri pensieri possiamo gradualmente distaccarcene.
ACT e Covid – fusione con i pensieri / foto di Charles Deluvio - Unsplash

Un altro postulato dell’ACT è che il dolore fa parte della vita. Per vivere un’esistenza soddisfacente, è più utile notarlo in noi (ossia renderci consapevoli della sua presenza) che mettere in atto dei comportamenti per evitarlo. L’evitamento finirebbe solo per amplificarlo, facendoci inoltre spendere inutilmente energie. L’accettazione di tutti i nostri stati d’animo è quindi un altro pilastro di questa teoria. Centrale è anche riuscire a individuare i valori che muovono le nostre azioni. Chiederci “perché lo faccio?” ci fa capire cosa conta davvero per noi e ci suggerisce scelte che rispecchiano i nostri valori, anche se impegnative o dolorose.[1]

Una maggiore flessibilità psicologica è a soli 6 passi da noi

L’ACT è composta da 6 passi:
  • accettazione delle esperienze dolorose come parte della nostra esperienza;
  • contatto con il momento presente (cioè accogliere le sensazioni mentali e fisiche del momento, applicando una tecnica chiamata mindfulness);
  • defusione (cioè presa di distanza dalla fusione con la nostra mente);
  • osservazione di noi stessi e dei nostri stati interiori con uno sguardo esterno;
  • individuazione dei nostri valori fondanti;
  • impegno concreto a perseguirli.[2]
L’obiettivo di questo approccio è guadagnare flessibilità psicologica: essere in contatto con il momento presente e adattarsi agli eventi e all’ambiente circostante agendo in armonia con i nostri valori (decidendo quindi di volta in volta se sia più funzionale cambiare o portare avanti un certo comportamento). La diminuzione della sofferenza psicologica è solo la conseguenza di un cambio di prospettiva più ampio: uscire dalla nostra mente per entrare nella nostra vita[3].

Come affrontare le ripercussioni emotive date dal Covid-19 con l’ACT

La pandemia, le chiusure forzate e il clima di insicurezza nel quale siamo immersi da mesi possono portarci a maturare paura, ansia, apatia, rabbia, frustrazione… Sono tanti i pensieri e le emozioni in ballo; viviamo una situazione alla quale non eravamo preparati e dalla quale non sappiamo quando e come usciremo.

Questa percezione sta avendo riscontri scientifici: un recente studio dell’Istituto Superiore di Sanità insieme all’Università della Campania[4] sul funzionamento psicosociale degli italiani durante il lockdown ha evidenziato:
  • un aumento dei livelli di ansia, depressione e di sintomi riconducibili allo stress, soprattutto nella popolazione femminile.
  • un rapporto direttamente proporzionale tra la durata del lockdown e il rischio di sviluppare sintomi ansioso-depressivi seri. 
ACT e Covid – stress popolazione femminile / foto di engin akyurt - Unsplash

Per fronteggiare questo periodo, Russ Harris (medico e psicoterapeuta inglese specializzato in gestione dello stress) ha stilato un protocollo ispirato all’ACT chiamato FACE COVID. Ogni lettera corrisponde a un’azione precisa, che adattata in italiano[5] suona così:

F - Focalizzati su ciò che puoi controllare. L’andamento della pandemia, così come i grandi cambiamenti globali e il futuro in genere non dipendono da noi. Concentriamoci sulle azioni concrete che possiamo mettere in atto qui e ora.


A – Accogli i pensieri e i sentimenti. Cerchiamo di essere consapevoli di ciò che accade dentro di noi.

Un esempio? Possiamo formulare mentalmente frasi come “Noto che sto provando rabbia”, “la mia mente sta facendo pensieri catastrofici”, “Sto provando un sentimento di frustrazione”.

C – Connettiti con il tuo corpo. Percepiamo la nostra fisicità nello spazio: facciamo respiri profondi, sciogliamo le spalle o il collo con movimenti morbidi, uniamo i polpastrelli delle mani, premiamo con le piante dei piedi a terra. Le esperienze tattili ci ancorano al presente e possono aiutarci a ritrovare la calma.

E – Entra pienamente in ciò che stai facendo. Concentriamoci sull’ambiente in cui ci troviamo e notiamo quello che ci suggeriscono i sensi. Cosa vediamo? Quali suoni sentiamo? Che odori? ecc.

C – Compi azioni mirate. Domandiamoci cosa possiamo fare nel nostro piccolo per migliorare la nostra vita e quella degli altri e agiamo di conseguenza.

Un esempio molto attuale? Rispettare le regole che prevengono il contagio.

O – Offri un atto di gentilezza e compassione. Se stiamo soffrendo, concediamoci di provare emozioni negative. Cerchiamo di avere nei nostri riguardi la stessa gentilezza che avremmo nei confronti di amici o persone care nella stessa situazione.

V – Valori. Troviamo una o più linee guida che orientino le nostre azioni: gentilezza, rispetto, altruismo, libertà… Molte cose che facciamo spesso hanno una ragione di fondo comune che ci fa stare bene con noi stessi. Perseguiamola il più possibile.

I – Individua le tue risorse. Facciamo mente locale su chi e cosa può aiutarci se ne abbiamo bisogno: parenti, amici, vicini di casa, associazioni, numeri verdi, specialisti, servizi di assistenza, ecc.

D – Disinfettati e stai a distanza. Con pochi accorgimenti possiamo proteggere noi stessi, le persone intorno a noi e l’intera comunità.

ACT e Covid - protocollo FACE COVID / immagine originale: Hey! I miss you. di Daniel Barreto per United Nation Covid-19 Response

Con queste indicazioni possiamo lavorare in modo pratico e efficace su mente e corpo nel presente e gettare le basi per un nuovo approccio futuro. Non a caso, il significato dell’acronimo ACT è Acceptance and Commitment Therapy, ossia terapia dell’accettazione e dell’impegno. Un ponte che parte dal qui e ora e ci porta passo dopo passo verso un orizzonte di vita più consapevole e gratificante.



Lo sviluppo della psicoterapia cognitivo-comportamentale

Una brutta fama accompagna gli psicologi comportamentisti: forse per il nome della loro teoria oppure a causa dei primi studi scientifici (che includevano ratti o altri piccoli animali), ancora oggi sono ritenuti terapeuti che considerano l’essere umano come un animale da addomesticare o al massimo come un computer in cui inserire dati e attendersi una risposta; questo nonostante i numerosi protocolli confermati da studi rigorosi per la psicopatologia. Ma che cos’è la psicologia cognitivo-comportamentale e com’è cambiata dagli inizi al giorno d’oggi?

Prima ondata del cognitivismo: conta ciò che è osservabile e misurabile

Tra gli anni ‘50 e ’60 del Novecento una serie di psicologi (tra i quali Watson e Skinner) cercarono di proporre un’alternativa clinica all’unica terapia che allora si conosceva, quella psicodinamica. Questo esordio viene chiamato prima ondata della teoria cognitivo-comportamentale e si basava soprattutto sul comportamento osservabile del soggetto, tralasciando quello privato (pensieri, opinioni, emozioni). Nonostante questa lacuna, essa ha portato alla scoperta di modalità terapeutiche che ancora oggi sono largamente utilizzate in clinica e in psicologia sociale: per esempio la tecnica del rinforzo, il condizionamento operante, l’estinzione. Ma la caratteristica principale di questa corrente sta proprio nella priorità che essa dà alla validazione scientifica dei propri protocolli di intervento.
immagine: cognitivismo - comportamenti osservabili / Photo by Matthew Henry on Unsplash

Seconda ondata: stati interiori e pensiero irrazionale

Continuando a studiare la mente dell’uomo e la sua risposta alla psicoterapia comportamentale, intorno agli anni ‘60 si è giunti alla seconda ondata, chiamata cognitivismo standard: in questa fase si distinguono particolarmente Neisser (considerato il fondatore del movimento cognitivista) e Beck (il primo terapeuta a mettere a punto le basi della terapia cognitiva).
Nel cognitivismo standard l’attenzione non è più centrata solo sul comportamento osservabile, ma anche sui moti interiori del soggetto: diventa sempre più importante il concetto di pensiero irrazionale, ossia una credenza molto rigida sulla quale il paziente e lo psicologo si confrontano in terapia per confutare la convinzione distorta del primo, attraverso tecniche come il disputing e il dialogo socratico.

Negli anni seguenti all’elaborazione di Beck, anche Ellis fondò la sua nuova terapia, chiamata Rational Emotive Behavioral Therapy (REBT), anche questa non centrata unicamente sul comportamento esterno, ma focalizzata sulle emozioni come motori del comportamento.
immagine: cognitivismo - emozioni motore comportamento / Photo by Camilo jimenez on Unsplash

La situazione oggi: terza ondata e ACT

Attualmente la psicologia cognitivo-comportamentale sta vivendo la sua terza ondata; essa comprende:
  • la Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT)
  • la Dialectical Behavior Therapy (DBT)
  • l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT)
La grande innovazione di questa terza generazione è che l’obiettivo non è modificare le emozioni dolorose o i pensieri, ma imparare a gestirli in maniera più funzionale.
L’ACT, sviluppata alla fine degli anni ‘70 da Hayes, è basata sull’idea che la psicopatologia deriva dal tentativo controproducente di evitare o sopprimere stati interni (pensieri, emozioni, sensazioni corporee). Essa si fonda su sei processi-chiave, che delineano due aree:

1° - ACCETTAZIONE e MINDFULNESS
  • Accettazione
  • Defusione
  • Contatto con il momento presente
2° - AZIONE
  • Valori
  • Impegno
  • Consapevolezza
Particolarmente importante tra questi processi è quello della defusione, che consiste nell’imparare a notare i nostri pensieri, immagini o ricordi dolorosi o ansiogeni riconoscendoli per quello che sono, ovvero prodotti della mente e non verità assolute. Guardando le nostre esperienze interne da una posizione decentrata, acquisiamo una maggiore consapevolezza di ciò che è reale e ciò che invece è mentale.
immagine: cognitivismo: gestione dolore / Photo by Lizzie on Unsplash;

Dall’eliminazione alla gestione di sofferenze e pensieri

L’obiettivo dell’ACT è quello di:
  • promuovere la flessibilità psicologica del soggetto, ossia la sua capacità di essere in contatto con il momento presente fermando il continuo movimento della mente che oscilla fra scenari catastrofici futuri e perdite inguaribili del passato;
  • incrementare l’abilità di problem solving, quella cioè di trovare diverse risposte ad un problema, sapendo desistere se inefficaci, ma anche resistendo nei comportamenti orientati dai propri valori.
L’ACT si propone di raggiungere queste competenze psicologiche in due modi:
  1. Riducendo l’investimento su scopi non ottenibili
  2. Promuovendo l’azione orientata verso i propri valori e scopi
Secondo la teoria dell’ACT, un grande generatore di sofferenza per l’uomo è l’evitamento esperienziale, ossia l’insieme di strategie che mettiamo in atto per controllare le nostre esperienze interne (pensieri, emozioni, sensazioni o ricordi). Lo scopo è allontanare con tutte le forze ciò che per noi è doloroso e che riteniamo insopportabile. L’alternativa è l’accettazione, ossia provare ad accogliere l’emozione di sofferenza, ansia o frustrazione impegnando le nostre energie nel comprendere cosa possiamo fare in questa situazione per raggiungere i nostri scopi, piuttosto che disperderle cercando di fuggire da noi stessi.
La seconda parte di una terapia fondata sull’ACT prevede la capacità di pianificare e mettere in atto azioni orientate verso uno scopo e dai valori personali; valori che, per l’ACT, sono «qualità della vita desiderate a lungo termine» (Hayes et al., 2006).

Ti incuriosisce capire come funziona una terapia di questo tipo? Sentiti libero/a di contattarmi.

Talentuosi si nasce o si diventa? È questione di mindset

Stando a quanto emerso da numerose ricerche, il raggiungimento dei nostri scopi è legato più al modo in cui ci relazioniamo con essi che alle nostre attitudini personali. Tutti abbiamo sentito parlare della forza di volontà e dell’impegno e ci siamo sentiti ripetere che, con la giusta costanza, avremmo potuto raggiungere qualsiasi obiettivo; in alcuni casi abbiamo pensato che fosse possibile e così abbiamo deciso di agire. Eppure, quando la strada si è fatta più complicata del previsto, ci siamo immediatamente demotivati e abbiamo rinunciato. Perché?

Il significato che diamo al talento influenza il nostro futuro

La dottoressa Carol Dweck, docente di psicologia presso la Stanford University, ha recentemente portato alla ribalta il concetto di mindset, traducibile con forma mentis o mentalità. Dweck parla di due tipi di mindset: statico e dinamico.
La mentalità statica vede i talenti come una dote naturale immutabile, mentre secondo la mentalità dinamica qualsiasi abilità può essere imparata, ma i talenti devono essere costantemente allenati o possono peggiorare.
La riflessione su questi due tipi di mindset è di fondamentale importanza in tutte le relazioni educative: tra preparatori atletici e sportivi, genitori e figli, insegnanti e allievi; capiamo insieme perché.

Molte persone che nel corso della vita non hanno allenato le loro abilità innate raccontano di non aver sviluppato appieno la loro carriera. Il motivo? Pensavano bastasse possedere una certa dote per avere successo, senza un ulteriore impegno da parte loro. Questo atteggiamento è tipico della forma mentis statica, secondo cui nasciamo con un certo livello di competenze e tutte le nostre scelte sono volte a confermare il possesso di quelle capacità:
  • agli altri, per essere accettati;
  • a noi stessi, per non sentirci dei falliti.
È una mentalità drastica, non prevede la possibilità di poter imparare per gradi attraverso la perseveranza e l’errore: o siamo capaci, o siamo incapaci.

Per chi ha una forma mentis dinamica, al contrario, le caratteristiche sono competenze che si possono apprendere e migliorare. Un cambio di prospettiva evidente, se pensiamo a quanto il mindset statico condizioni le nostre idee su doti come quelle artistiche o sportive. Tutti, infatti, tendiamo a considerarle dei doni di natura che possediamo dalla nascita, oppure che non averemo mai. Il mindset dinamico ci dice l’esatto opposto: ciascuno di noi può essere particolarmente dotato in alcuni campi, ma ciò non impedisce a persone apparentemente meno portate di riuscire a imparare quell’arte e a conseguire un successo anche maggiore. La leggenda metropolitana di Einstein rimandato in fisica vuole insegnarci proprio questo: la storia del sapere umano è ricca di talenti precoci, così come di persone inizialmente rifiutate proprio negli ambiti in cui più tardi hanno avuto successo. Grazie alle ricerche scientifiche della neuropsicologia, inoltre, oggi sappiamo per certo che l'intelligenza e l'apprendimento di nuove abilità generano nuovi collegamenti neuronali all'interno del nostro cervello e lo mantengono plastico (cioè in grado di cambiare in continuazione); essere propensi a imparare cose nuove ci fa bene a ogni età.

Bisogno di dimostrare o voglia di imparare? Due strade (opposte) per arrivare al traguardo

Il nostro mindset influisce su come agiamo in vista di uno scopo:
  • il mindset statico, che ritiene le caratteristiche innate e immutabili, ci spinge alla fuga dalle preoccupazioni più che al raggiungimento di una meta, facendoci oscillare tra due poli opposti: successo e fallimento. Il suo tratto distintivo è la rigidità delle strategie usate per dimostrare le proprie capacità. Gli scopi di una mentalità statica derivano quasi sempre dalle aspettative imposte da qualcun altro, spesso troppo pesanti. Cercare di dimostrare che queste sono ben riposte può generare in noi una forte ansia da prestazione. Nel peggiore dei casi, se non riusciamo a mantenere gli standard che ci vengono richiesti, rischiamo di sentirci falliti in senso assoluto rispetto all'obiettivo e non semplicemente in difficoltà rispetto a una fase che porta al suo raggiungimento.
  • il mindset dinamico, che considera qualsiasi attività come un insieme di passi da imparare, non si arrende di fronte alle difficoltà e agli insuccessi, perché li mette in conto nel percorso verso la propria meta e li usa per riflettere su ciò che è accaduto e trovare altre strategie per raggiungerla. Chi ha questa mentalità non sente la necessità di dimostrare qualcosa a qualcuno, ma è spinto dalla curiosità di imparare; poiché qualsiasi apprendimento richiede perseveranza e allenamento, l'impegno riveste in questo assetto mentale un ruolo fondamentale. La forma mentis dinamica, dunque, porta al raggiungimento dei propri scopi attraverso l'impegno e la soddisfazione derivante dall'apprendimento.
immagine: mindset dinamico - impegno e apprendimento / Credits: rawpixel.com

Come si coltiva il mindset dinamico?

Riceviamo i primi giudizi sulle nostre capacità in famiglia e a scuola, poi in ambienti come quello sportivo. In qualità di genitori, educatori o allenatori, gli elogi o le correzioni che diamo possono determinare nei bambini lo sviluppo di un mindset statico o dinamico. Questo vuol dire che, in caso di successo, possiamo complimentarci con loro (è così bello vederli felici per aver centrato un obiettivo!), ricordandoci però di lodare il processo più che il risultato:

se per esempio il nostro bambino torna da scuola con un buon voto, dovremmo concentrarci sull'impegno profuso più che sul voto ottenuto; nello sport e nei giochi di squadra bisognerebbe sottolineare l'altruismo all'interno del gruppo che ha permesso la vittoria, più che l’atto individuale del giocatore.

Questo porterà i ragazzi ad accontentarsi e abbassare gli standard? No, piuttosto a credere in se stessi per poter raggiungere livelli elevati (nel rispetto delle possibilità di ciascuno), con la consapevolezza che non sarà una passeggiata e che, se inizialmente potranno aiutarli, i talenti personali innati non basteranno; per arrivare in alto serviranno allenamento e costanza. Crescere in un contesto che fin dalla tenera età incoraggia il tentativo e riconosce l’impegno e i progressi che ne derivano può apportare grandi benefici a livello personale, relazionale e professionale, come spiegato dalla stessa Carol Dweck nell’intervento per TEDxNorrkoping del 2014 intitolato “La forza del credere di poter migliorare”.
immagine: mindset - importanza del processo / Photo by Caleb Woods on Unsplash

E se va male? Come comportarsi di fronte al fallimento di un figlio

Davanti a un insuccesso è inutile e dannoso negare l'evidenza; non cerchiamo di far sentire meglio nostro figlio mentendo sulle sue prestazioni o addossando la colpa agli altri (per esempio ai compagni, oppure all’adulto che ha svolto la valutazione): se noi per primi non accettiamo un suo passo falso e pensiamo che da quello dipenderà la definizione della sua persona, gli trasmetteremo il messaggio che la sconfitta è inaccettabile, contribuendo alla formazione di una mentalità di tipo statico. Ma se consideriamo l’evento come una battuta di arresto da non drammatizzare, su cui potrà riflettere per ricavarne una lezione, la sconfitta non sarà più così catastrofica ai suoi occhi. Si sentirà ugualmente frustrato, ma attraverso queste piccole crisi il ragazzo imparerà a piccoli passi a reagire anche a eventi di maggiore impatto, coltivando così una risorsa interiore importante: la resilienza. La cosa migliore che possiamo fare come genitori è imparare a lasciargli vivere queste esperienze. Quando avrà bisogno di noi, utilizziamo la cosiddetta critica costruttiva mostrandogli come rialzarsi, ad accogliere le sfide con entusiasmo e come gestire le situazioni in modo da potersi aspettare un risultato migliore la volta successiva. Cerchiamo di non trasmettere messaggi che investono integralmente la sua personalità in formazione, piuttosto insegniamogli a usare diverse strategie in modo flessibile, a lavorare e a perseverare per raggiungere i suoi fini, a considerare l’impegno come una possibilità concreta di aumento delle sue competenze attraverso la formazione di nuovi legami neuronali all'interno del suo cervello.
immagine: mindset - sviluppo bambini / Credits: Credits: rawpixel.com
Con la giusta dose di impegno e perseveranza, possiamo cambiare mentalità e guardare con occhi nuovi alle opportunità che ci offre il presente in ogni fase della nostra vita. Vuoi capire come passare da un mindset statico a uno dinamico? Parliamone insieme.

La sindrome di primavera, l’altra faccia della bella stagione

Molti di noi aspettano la primavera come una vera e propria benedizione dopo le buie e fredde giornate invernali: immaginiamo il cielo sereno, il sole brillante, i fiori profumati che sbocciano nei prati e sugli alberi. Ma quando la bella stagione arriva davvero, il quadro cambia rapidamente: i profumi dei fiori e i colori delle farfalle lasciano il posto alle allergie da polline, agli sbalzi di temperatura, a una continua e fastidiosa sonnolenza. Questo insieme di disturbi che possono manifestarsi da marzo a maggio, costituiscono quella che è stata definita la sindrome di primavera o sindrome da letargo. Questo disturbo, oltre a un affaticamento quotidiano davvero difficile da combattere, può portare con sé una serie di conseguenze più importanti che vanno dalla mancanza di concentrazione a un accrescimento dell’irritabilità, fino a vere e proprie psicopatologie come attacchi di panico o depressione.
immagine: sindrome di primavera - disturbi / credits: Ryan Winterbotham

Ascoltiamo il nostro corpo e accontentiamolo con piccoli gesti quotidiani

Un primo importante punto da seguire quando il nostro corpo ci lancia dei messaggi è quello di non sottovalutare i sintomi: invece di assecondare il suo bisogno di riposo e concederci una pausa, spesso tendiamo a giudicarci come pigri e svogliati, con un conseguente calo di autostima e sottoponendoci a uno stress ancora maggiore. Quindi è importante imparare a fermarci un attimo per ascoltarci: il rimedio più efficace è capire di che cosa abbiamo bisogno e, nel limite del possibile, accontentare la nostra richiesta.
Le azioni rigeneranti per la nostra salute psicofisica sono semplici e applicabili ogni giorno:
  • mangiare pasti equilibrati, per non appesantirci e non togliere energie alla nostra concentrazione impegnandole eccessivamente nel processo digestivo;
  • fare un po’ di movimento tutti i giorni: basta una camminata all’aria aperta per scaricare lo stress;
  • concederci alcuni piaceri personali, come la cura del corpo, migliora l’autostima e ci aiuta a gestire l’irritabilità;
  • dedicare un certo tempo alla meditazione prima di iniziare la giornata, focalizzandoci solo sul momento presente per almeno 15 minuti ogni mattina, ci restituisce la grinta fiaccata dalla sindrome di primavera e giorno dopo giorno migliora la concentrazione;
  • anche fare esercizi di respirazione consapevole può aiutarci a superare questo periodo difficile insegnandoci ad accettare tutte le emozioni (compresa l’ansia che ne deriva) senza esserne sopraffatti; il grande vantaggio è che possiamo esercitarci in qualunque momento, perché si tratta della pura e semplice respirazione alla quale siamo già abituati, senza grandi respiri e senza affrettarne il ritmo, basta lasciarla scorrere spontanea.
immagine: sindrome di primavera - movimento per ridurre stress / credits: Arek Adeoye

La sindrome di primavera non dura per sempre, siamo comprensivi con noi stessi!

Il secondo punto da tenere presente è volersi bene e accettare di vivere queste difficoltà sapendo che sono legate a un lasso circoscritto di tempo: possiamo sopportare il fatto di non essere nella nostra forma migliore per qualche mese al massimo e mettercela tutta per vivere questa fase nel miglior modo possibile. Come?
  • congratulandoci con noi stessi tutte le sere per essere riusciti a superare un’altra dura giornata;
  • approfittando del fine settimana per fare ciò che ci piace invece di dedicarci a pulire la casa o fare il cambio di stagione nel guardaroba;
  • tenendo un diario dove annotare ogni giorno un piccolo evento che ci ha portato gioia, un’attività che ci aiuterà a migliorare il tono dell’umore.
immagine: annotare eventi positivi per migliorare umore / credits: Cathryn Lavery
Infine, il terzo punto è guardare i nostri gesti quotidiani con una certa dose di flessibilità, una competenza che è fondamentale in tutti i momenti di affaticamento psicofisico: tutto quello che ci sembra urgente e impossibile da rimandare spesso si può accantonare e riprendere in un secondo momento. Avere la capacità di andare contro le nostre inutili rigidità è già di per sé un rimedio efficace contro lo stress.

Ti riconosci in questo stato psicofisico? Vuoi qualche suggerimento personalizzato per affrontare la sindrome di primavera? Contattami.