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Parla con me - come discutere per preservare la salute della coppia


Discutere con la persona amata è un’esperienza che può generare emozioni difficili da gestire. Evitare lo scontro non migliora la situazione, al contrario rischia di far allontanare i due sempre di più, fino a raggiungere distanze incolmabili. Meglio fare un bel respiro, armarsi di pazienza (più qualche regola di buona condotta) e affrontare la questione con la necessaria apertura mentale.

Negli ultimi anni si è sviluppato un interessante dibattito su quanto i pensieri influenzino le emozioni all’interno delle coppie o, viceversa, le emozioni distorcano le valutazioni cognitive, generando in entrambi i casi possibili situazioni di conflitto.
Nelle prime teorie cognitiviste gli autori consideravano il pensiero superiore rispetto all’emozione (Beck et al., 1979): infatti il significato che il soggetto dava all’evento causava l’emozione seguente. Oggi si ritiene maggiormente che ci sia reciprocità fra pensiero ed emozione (Le Doux, 1996; Damasio, 2001), poiché, se è vero che il modo in cui interpretiamo l’accaduto genera in noi specifiche emozioni, è vero anche il contrario e cioè che una particolare emozione richiama un significato ad essa congruente:
se siamo arrabbiati ci verrà spontaneo attribuire intenzionalità al gesto di qualcuno che potrebbe essere scortese senza accorgersene, mentre lo stesso gesto può essere facilmente giustificato se l’umore è positivo. Allo stesso modo, però, se siamo abituati a considerare con diffidenza le persone, quel gesto avrà di nuovo un significato intenzionale, volontario; se invece siamo più ottimisti nei confronti degli altri ad un’azione o una parola ambivalente saremo portati a dare l’interpretazione migliore.
Questa ricorsività oggi è stata osservata anche attraverso la risonanza magnetica per immagini, dalla quale risultano un gran numero di connessioni all’interno del cervello fra la parte razionale (la corteccia frontale) e quella limbica, chiamata anche corteccia emotiva (Atkinson, 2005).
immagine: discussioni di coppia - reciprocità tra pensiero ed emozione/ Photo by Randy Fath on Unsplash

I segnali di una relazione che sta per finire

Per questa ragione gli psicologi contemporanei con una lunga esperienza nel trattamento delle coppie (J. Gottman, Sue Johnson) tendono a dare una sempre maggiore importanza alla circolarità fra pensieri ed emozioni e sottolineano l’importanza del saper gestire la comunicazione per evitare da un lato fraintendimenti ed esplosioni emotive, dall’altro silenzi prolungati e ritiri; due comportamenti che rischiano di portare la coppia alla deriva.
Gottman, autore di numerosi studi sulle coppie, ha individuato quattro comportamenti predittivi di crisi importanti che, a lungo andare, possono portare a una rottura definitiva del rapporto:
  1. Atteggiamento di critica costante
  2. Atteggiamento difensivo: il partner che si sente attaccato si chiude in se stesso ritirandosi dalla relazione o trovando nuovi interessi che lo tengano lontano; oppure a sua volta reagisce con rabbia; in entrambi i casi il suo atteggiamento impedisce di risolvere il conflitto
  3. Disprezzo: spesso in un litigio il motivo della discussione si sposta dal comportamento specifico alla svalutazione dell’intera persona e uno dei due membri della coppia può far sentire l’altro inferiore o umiliato (per esempio si può passare da “Perché non mi dai mai una mano in casa?” a “Ti comporti come se fossi un principe, ma non hai mai combinato niente nella vita”)
  4. Ostruzionismo: rappresenta l’impossibilità di chiarire i motivi di un conflitto; se una delle parti della coppia tenta di aprire il dialogo, dall’altra parte trova chiusura, disinteresse, indifferenza.
immagine: discussioni di coppia - comportamenti predittivi di crisi / Photo by Nicholas Gercken on Unsplash
Per reagire a queste quattro modalità, che Gottman chiama i cavalieri dell’Apocalisse, gli psicologi concordano sull’importanza della comunicazione. Già, ma come si fa a restare sui giusti binari quando c’è tanta tensione in ballo?

Suggerimenti per gestire i conflitti e le comunicazioni difficili

Prima di tutto è necessario iniziare la discussione con la mente aperta, cioè consapevoli della propria parte di responsabilità nella situazione che si è venuta a creare: se c’è un disaccordo, le responsabilità vanno ricercate da entrambe le parti.
Inoltre è importante che ognuno dei due partner sia a contatto con le proprie emozioni e i propri bisogni di vicinanza, sicurezza e attaccamento. Il bisogno di attaccamento nei mammiferi è universale; etologi e psicologi hanno largamente dimostrato la spontaneità di questo comportamento (Harlow, 1958). Conoscere ed esprimere liberamente i propri desideri e le aspettative nei confronti del rapporto aiuta la coppia a essere più consapevole delle motivazioni e dello stato mentale dell’altro.
Un altro consiglio che viene caldamente proposto è quello di discutere con empatia, ovvero comprendendo le motivazioni dell’interlocutore anche se non si condividono, senza giudicarle e senza svalutarle.
immagine: discussioni di coppia - discutere con empatia / Photo by Etienne Boulanger on Unsplash

Come parlare, come ascoltare

Infine ci sono anche comportamenti specifici che si possono adottare, a seconda del nostro ruolo durante la discussione.
Quando parliamo:
  • focalizziamoci sull’argomento, senza allargare il discorso ad altri temi;
  • evitiamo le generalizzazioni (sempre, mai, ogni volta…) e limitiamoci a discutere dell’evento specifico;
  • cerchiamo di usare frasi brevi e non cediamo al desiderio di fare un’orazione: perderemmo l’attenzione dell’altro.
Se invece ci troviamo dalla parte dell’ascoltatore, sarà necessario evitare di fare altre cose:
  • evitiamo di interrompere il partner; piuttosto, stiamo attenti e teniamo a mente i punti su cui tornare quando sarà il nostro turno per esprimere il nostro disaccordo;
  • quando saremo pronti a rispondere, non cerchiamo immediatamente scuse e non attacchiamo l’altro partendo dal presupposto che la miglior difesa sia l’attacco: non faremo altro che convincere la nostra metà di avere ragione. Esprimiamo, invece, le ragioni che ci hanno spinto a un certo comportamento, eventualmente scusandoci.
Per evitare di parlarsi sopra senza ascoltarsi, infine, un suggerimento semplice ma molto efficace: teniamo un oggetto morbido in mano (un peluche, un pacchetto di fazzolettini e così via). La regola è che parla solo colui che tiene in mano questo oggetto: questa modalità, oltre a permettere a tutti e due di esprimersi e farsi ascoltare, costituisce un primo contratto su cui la coppia potrebbe accordarsi.

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La potenza delle immagini: evocare ricordi e aggirare blocchi emotivi

Le tecniche immaginative fanno parte del campo della psicologia già dalla metà del ‘900, agli albori del cognitivismo, ma in nome dell’approccio evidence-based sono state per molto tempo accantonate. Quest’ultimo si basava su dati scientifici affidabili per decidere il tipo di intervento sul paziente, cercando di integrarli con evidenze emerse da esperienze cliniche.
Negli anni ‘70, con la psicologia dello sport, le tecniche immaginative (o imagery) sono tornate alla ribalta mostrando tutto il loro potenziale, soprattutto per quello che riguarda le immagini positive. La Psicologia Positiva di Martin Seligman ha dimostrato ampiamente come un’immagine sia in grado di evocare la speranza, cioè la sensazione di poter affrontare con successo una situazione che ci dà ansia.
Nella psicologia clinica di oggi, le tecniche immaginative vengono largamente utilizzate anche con finalità terapeutiche, perché sono in grado di sollecitare ricordi carichi di emozioni e di riportare alla memoria in maniera ancora più incisiva delle tecniche verbali antichi significati sul sé ancora presenti a livello inconsapevole nella vita del paziente adulto.
immagine: ricordi con carico emotivo / credits: Rhendi Rukmana
  • nella fase di formulazione del caso, quando lo psicologo cerca di comprendere i legami fra gli eventi del passato e i significati attuali che la persona attribuisce ai fatti
  • nel momento terapeutico, quando cioè cerca insieme al paziente di ristrutturare le rigide convinzioni che ancora condizionano il suo comportamento

Sapere non è uguale a sentire: le immagini ci aiutano a capire anche con il cuore

Il paziente spesso sa a livello razionale che l’evento traumatico è nel passato e che nel suo presente ha tutte le condizioni per sentirsi al sicuro; nonostante questo, continua a temere che quell’evento possa verificarsi ancora o ad avere immagini intrusive terrificanti che può interpretare in vario modo: alta probabilità di ritrovarsi di nuovo in una certa situazione, premonizione, avvertimento di una parte saggia della coscienza e così via. Per questo la psicoterapia ricorre a tecniche che lavorano sull’immagine angosciante per elaborare il trauma anche a livello emotivo.
La potenza delle immagini è proprio quella di riuscire spesso ad aprire un varco attraverso il quale accedere alle emozioni per poterle elaborare attraverso la psicoterapia, cosa che spesso con le tecniche verbali avviene a livello razionale, ma non emotivo. Dopotutto questi due tipi di conoscenza, quella del cuore e quella della ragione, sono noti fina dai tempi del filosofo Pascal (1623-1662):
“Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”
immagine: conoscenza cuore e ragione / credits: freestocks.org

Metacognizione, richiamo dell’immagine e ristrutturazione: il percorso delle tecniche immaginative

Ultimamente l’uso di queste tecniche sta ottenendo un largo consenso fra i clinici e, dalle ricerche riportate nel testo Le tecniche immaginative in terapia cognitiva (A. Hackmann, J. Bennet-Levy, E. A. Holmes, Eclipsi 2014), emergono alcuni tratti comuni da tenere presenti per usare l’imagery in modo efficace:
  1. la metacognizione, ossia la capacità di pensare ai nostri processi di pensiero, riconoscendo le nostre costruzioni mentali per quello che sono e distinguendole dalla realtà (o togliendo loro ogni presunto potere magico o premonitorio).
  2. la capacità di richiamare l’immagine disturbante e mantenerla nella mente fino a riconoscere l’emozione che essa suscita con l’aiuto del terapeuta, piuttosto che archiviarla in fretta senza comprenderla e accettarla.
  3. strettamente correlata alla ricerca del significato della memoria, la ristrutturazione, ossia la ricerca collaborativa fra paziente e psicologo di un nuovo senso per ciò che è successo nel passato. Questa ricerca può avvenire in modi diversi:
    • si possono utilizzare tecniche verbali, come il dialogo socratico, attraverso il quale si confutano le convinzioni in maniera razionale e si scoprono nuove possibili interpretazioni;
    • si può proseguire con le tecniche immaginative per far tornare alla memoria ricordi che correggano parzialmente le convinzioni fino a quel momento date per certe;
    • si può intervenire nell’immagine del paziente, riscrivendone una parte in maniera più positiva. In questo modo l’adulto di oggi può finalmente tollerare e accettare un’emozione provata durante l’infanzia;
    • anche le tecniche comportamentali, con l’esposizione misurata a situazioni ritenute particolarmente difficili da affrontare per il paziente, possono essere efficaci per ridimensionare la sua assoluta certezza che una aspettativa negativa si concretizzerà.

Anche se alcuni aspetti restano ancora da chiarire (per esempio il motivo del loro rapporto privilegiato con la nostra parte emotiva), sembra che le tecniche immaginative, insieme alle modalità tradizionali, rappresentino un buono strumento psicoterapeutico per aggirare le resistenze che spesso abbiamo nel mostrare la nostra parte più autentica.
immagine: tecniche immaginative – mostrare autenticità (titolo originale: Mirroring.) / credits: Katarína Chovancová
Hai mai paura che un’esperienza traumatica del tuo passato si verifichi ancora? Ti capita di avere immagini intrusive? Parliamone insieme.