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L’ipnosi nello sport: in cosa consiste e quali sono i suoi benefici

Quando pensiamo all’ipnosi, una delle immagini che ci viene in mente è quella del pendolo che oscilla. Se pensiamo alla tv, potremmo aver visto persone in balìa di un illusionista fare cose strane o imbarazzanti. In realtà, l’ipnosi è uno stato naturale che sperimentiamo spesso nelle nostre giornate senza rendercene conto: basta svolgere un’attività che ci assorba in maniera tale da farci dimenticare tutto il resto (leggere un libro, guardare un film, ascoltare musica, essere sovrappensiero). Possiamo quindi definirla come un’alterazione della coscienza.
La cosa interessante è che, mentre ci troviamo in questa condizione, possiamo sbloccare risorse che neanche sappiamo di avere. L’ipnosi può essere utile per modificare i nostri schemi comportamentali e raggiungere diversi obiettivi: sradicare cattive abitudini (per esempio può aiutare a smettere di fumare), ottenere prestazioni migliori. In questo articolo approfondiremo la sua applicazione allo sport. 
immagine: ipnosi – alterazione di coscienza / foto di Ben White - Unsplash

Concentrazione rilassata, fiducia in sé, immaginazione. Tutto a un livello superiore

La preparazione mentale dell’atleta è importante tanto quanto quella fisica. Abbiamo già visto come le emozioni (stress, ansia) e i pensieri (positivi o negativi) giochino un ruolo fondamentale nella prestazione sportiva agonistica. In questo quadro, l’ipnosi rappresenta un ulteriore strumento di autocontrollo emotivo e mentale prima, durante e dopo il gesto atletico, con ricadute anche fisiche.
Nello specifico:
immagine: ipnosi nello sport – flow / Foto di Markus Spiske - Unsplash
  • supporta la tecnica dell’imagery. L’ipnosi può rendere più vivida l’immaginazione; proprio l’immaginazione è al centro della visualizzazione mentale dell’atleta della sua performance (imagery). L’imagery è una tecnica di preparazione atletica mentale che rafforza la connessione cervello-muscoli; potenzia le abilità motorie, compreso il recupero dopo un infortunio. Si tratta quindi di un effetto indiretto dell’ipnosi sulle prestazioni, ma comunque importante: più la visualizzazione durante l’imagery è colorata, realistica e coinvolgente, più l’atleta ne trarrà beneficio.
  • migliora la regolazione emotiva. Il processo ipnotico è fatto di diverse fasi: rilassamento, imagery, induzione dell’ipnosi, regressione (per esempio immaginare di scendere i gradini di una scala) e individuazione del trigger. Il trigger è l’innesco - sonoro, visivo o comportamentale - di una certa risposta, fisica o mentale. Se l’atleta sa riconoscere il trigger che lo fa sentire concentrato, rilassato, sicuro, può usarlo per controllare emozioni e pensieri non funzionali alla prestazione agonistica (paura, stress, ansia, mancanza di autostima).

L’ipnosi è una pratica sicura?

Assolutamente sì, per varie ragioni. Un timore diffuso è di perdere il controllo di se stessi durante l’ipnosi. In realtà è vero l’esatto contrario: la persona che si sottopone a questo trattamento fa attenzione a tutto ciò che accade dentro di sé. Il ritmo dei suoi pensieri rallenta, in modo da osservarli uno a uno. 
immagine: ipnosi pratica sicura / Foto di MK Hamilton - Unsplash

Inoltre, non è possibile ipnotizzare qualcuno contro la sua volontà; paziente e ipnoterapeuta stabiliscono prima di iniziare cosa indagare con l’ipnosi. Durante la pratica, la voce del terapeuta suggerisce alla persona sotto ipnosi delle azioni mentali da compiere per trarre il massimo beneficio da questa esperienza. Il paziente può interromperla in qualsiasi momento, basta che apra gli occhi.


Biofeedback e neurofeedback nel mental training sportivo

Nell’attività agonistica il gesto atletico è influenzato dalla mente dello sportivo, da quello che pensa e prova. Le neuroscienze dello sport indagano questo nesso, con l’obiettivo di insegnare agli atleti a conoscere e modulare le attività del proprio sistema nervoso centrale. Il sistema nervoso centrale è l’insieme di cervello e midollo spinale, che raccoglie le informazioni dagli altri organi e dall’ambiente elaborando risposte per l’intero organismo.
In questo articolo analizziamo due tecniche per raggiungere la sincronia tra mente e corpo, il biofeedback e il neurofeedback. Nate per trattare condizioni di disturbo fisiologico e mentale, sono state successivamente applicate con successo al mental training nello sport agonistico.

Biofeedback per controllare le attività fisiologiche

Studi condotti negli Stati Uniti negli anni ’60 dallo psicologo comportamentista Miller evidenziano il collegamento tra emozioni e processi fisiologici del sistema cardiovascolare.
Nel 1970 i ricercatori Green e Walters perfezionano il concetto, stabilendo che, a ogni cambiamento fisiologico, ne corrisponde uno emotivo (principio psicofisiologico). Perché non applicare quanto scoperto alla preparazione atletica? È il passaggio che segna l’ingresso dello sport nei campi di ricerca delle neuroscienze e apre la strada al biofeedback nei primi anni ‘80.

Il biofeedback è una tecnica che:
  • misura specifiche attività fisiologiche (frequenza cardiaca, respirazione, tensione muscolare, temperatura e conduttanza della pelle);
  • oggettiva quanto rilevato attraverso feedback visivi e acustici che l’atleta può comprendere con facilità.
In questo modo, lo sportivo imparerà a conoscersi e ad autoregolarsi, controllando il suo corpo anche in situazioni di stress. 

bio e neurofeedback – attività fisiologiche / foto di Hans Reniers - Unsplash

Neurofeedback per restare concentrati in momenti di tensione

Il neurofeedback è una tecnica derivante dal biofeedback. Consiste nell’allenamento di alcuni parametri del sistema nervoso e ha l’obiettivo di modificare le onde cerebrali per migliorare le prestazioni nella pratica agonistica. Con questo tipo di mental training, l’atleta può capire come raggiungere uno stato di concentrazione rilassata in momenti di tensione (pensiamo per esempio a una battuta nel volley o nel baseball, al prendere la mira nel tiro con l’arco, al tiro in buca nel golf).

È una terapia sicura e non invasiva: è stata usata per trattare il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, l’epilessia e la demenza ancor prima di essere impiegata nello sport. Si basa sulla neuroplasticità, cioè sulla capacità del cervello di creare sempre nuove reti neurali sollecitato dall’esperienza.

Nel neurofeedback:
si effettua una mappatura cerebrale tramite elettrodi, che stabilisce il tipo di allenamento e le aree specifiche su cui concentrarsi;
gli elettrodi misurano le onde cerebrali dello sportivo, mentre questo cerca di controllare i segnali di distrazione o di ricordi di situazioni stressanti;
feedback visivi e acustici aiutano l’atleta ad afferrare questi processi invisibili: se raggiunge i progressi pianificati, riceve delle ricompense visive e auditive che consolideranno nuovi pattern di funzionamento da sfruttare in reali situazioni di ansia.

bio e neurofeedback – concentrazione rilassata / foto di Mitchell Griest - Unsplash

Bio e neurofeedback funzionano davvero?

Un caso di successo è la Nazionale italiana di calcio ai Mondiali del 2006. Alcuni suoi giocatori hanno fatto ricorso a bio e neurofeedback durante il torneo, che si è concluso con la vittoria dell’Italia sulla Francia ai rigori (ben oltre il tempo regolamentare). I calci di rigore rientrano nelle situazioni altamente stressanti, in cui il controllo di mente e corpo è fondamentale. Inoltre, nello stesso anno, il campionato italiano di calcio era stato scosso dallo scandalo Calciopoli, che aveva coinvolto le squadre di molti atleti convocati. Gli Azzurri hanno quindi gestito una competizione internazionale e una pressione ben al di sopra della media, riuscendo egregiamente nell’impresa.

bio e neurofeedback – stress sportivo / foto di Dominik Kuhn - Unsplash

In conclusione, bio e neurofeedback possono essere procedure molto efficaci, ma non da sole. È necessario un lavoro di ascolto e analisi preliminare della persona
  • che prenda in considerazione i suoi vissuti emotivi e relazionali
  • che consenta l’instaurarsi di un rapporto di fiducia e collaborazione con il terapeuta. Rapporto su cui si getteranno le basi per il cambiamento dell’atleta.

Lo psicologo dello sport, un allenatore mentale per atleti e squadre

Anche nello sport, apparentemente molto lontano dal pensiero, la mente gioca un ruolo importante. Lo psicologo dello sport aiuta l’atleta a migliorare le sue prestazioni attraverso un mental training (o allenamento mentale) personalizzato che coinvolge obiettivi, gestione delle emozioni, relazioni con allenatori e compagni di squadra e la prevenzione di situazioni a rischio, come il sovrallenamento. 

Lo sport agonistico: un’esperienza fisica ed emotiva molto intensa

La maggior parte di noi pratica sport a livello amatoriale, per liberare la mente, tenersi in forma, trascorrere del tempo all’aperto. Possiamo darci o meno degli obiettivi e raggiungerli grazie ad allenamenti più o meno costanti.
Per chi fa dell’attività fisica la propria professione, il discorso si complica. Praticare sport a livello agonistico significa:
  •  allenarsi costantemente, a volte anche molte ore ogni giorno (è il caso dei nuotatori);
  •  dover centrare degli obiettivi precisi e importanti (battere un record, qualificarsi per competizioni nazionali o internazionali); 
  • affrontare sfide anche temporalmente ravvicinate tra loro (pensiamo al numero di partite da giocare in un campionato di pallavolo o di calcio); 
  • mettere il proprio fisico a dura prova per dare sempre il massimo (guidare un’auto di Formula 1 a 200km/h per una o due ore di seguito, affrontare una gara di triathlon olimpico, correre una maratona).
Nuotatore professionista in piscina
Psicologo dello sport – sport agonistico / foto di Gentrit Sylejmani - Unsplash

Nell’attività agonistica, un atleta si trova a gestire quotidianamente fattori come stress, ansia, sicurezza, concentrazione e deve farlo nel modo più funzionale al raggiungimento dei suoi obiettivi. La mente deve aiutare il suo corpo nell’impresa, non essergli d’ostacolo. Per questo, nel corso del tempo, ai preparatori atletici si sono affiancate nuove figure professionali con lo scopo di fornire agli sportivi il giusto supporto mentale, attraverso strategie differenti:
  • il motivatore, come suggerito dal nome, si concentra sul sollecitare la motivazione dell’atleta rispetto al raggiungimento di un obiettivo;
  • il mental trainer aiuta l’atleta a mettere a fuoco punti di forza e margini di miglioramento e può aiutarlo con tecniche specifiche a gestire le sue emozioni.

La psicologia dello sport, un nuovo approccio all’attività fisica

La psicologia dello sport è una disciplina orientata allo studio dei fattori psicologici in grado di migliorare la resa nell’attività agonistica, ma anche alla promozione dell’attività motoria come fonte di benessere psicologico, sociale e strumento di prevenzione di patologie, soprattutto nell’età evolutiva e nella terza età.
Lo psicologo dello sport è un professionista che aiuta l’atleta a migliorare le sue prestazioni, ma lo fa con uno sguardo più ampio rispetto alle altre figure. Affianca alle tecniche di mental training un’analisi della persona in termini di vissuti emotivi, pensieri e personalità. Questo approccio personalizzato, che tiene conto di variabili individuali e conoscenza dei processi cognitivi, deriva dalla sua formazione accademica psicologica (non necessariamente presente nel caso di motivatori e mental trainer) e permette una comprensione più profonda del soggetto, come sportivo e come persona.
Immagine raffigurante racchetta da tennis e pallina
Psicologo dello sport – approccio personalizzato / foto di Cherry Bueza - Unsplash

Le competenze dello psicologo dello sport riguardano:
  • l’allenamento mentale dell’atleta: formazione degli obiettivi, gestione delle emozioni, visualizzazione di percorsi e gesti, miglioramento di attenzione, autostima e concentrazione
  • il lavoro di squadra: costruire un buon clima tra compagni e un gruppo unito, supportare l’allenatore nelle relazioni con gli atleti, aiutare a sviluppare leadership e fair play
  • la gestione di situazioni a rischio: intervento e consulenza in caso di uso di sostanze dopanti, aggressività durante l’attività sportiva, depressione, sovrallenamento
  • l’individuazione di disturbi: alimentari o strettamente legati al mondo dello sport (paura di vincere, ansia da prestazione, sindrome del campione)
  • l’affiancamento dello sportivo in momenti delicati: infortuni, riabilitazioni, passaggi di categoria, cambiamenti nella vita privata
In Italia la figura dello psicologo dello sport è ancora poco conosciuta, mentre all’estero partecipa già da molto tempo al processo di preparazione atletica. La prima collaborazione risale agli anni ’30 del Novecento e ha coinvolto una squadra di baseball statunitense. Nel 1962 un intero team di psicologi affiancò gli atleti giapponesi alle Olimpiadi.

Il modo migliore per capire come uno psicologo dello sport può concretamente aiutare singoli atleti e squadre è parlare con uno di loro. Contattami per saperne di più.
Vista dall'alto di una pista di atletica con corridori
psicologo dello sport – lavoro di squadra / foto di Steven Lelham - Unsplash


Talentuosi si nasce o si diventa? È questione di mindset

Stando a quanto emerso da numerose ricerche, il raggiungimento dei nostri scopi è legato più al modo in cui ci relazioniamo con essi che alle nostre attitudini personali. Tutti abbiamo sentito parlare della forza di volontà e dell’impegno e ci siamo sentiti ripetere che, con la giusta costanza, avremmo potuto raggiungere qualsiasi obiettivo; in alcuni casi abbiamo pensato che fosse possibile e così abbiamo deciso di agire. Eppure, quando la strada si è fatta più complicata del previsto, ci siamo immediatamente demotivati e abbiamo rinunciato. Perché?

Il significato che diamo al talento influenza il nostro futuro

La dottoressa Carol Dweck, docente di psicologia presso la Stanford University, ha recentemente portato alla ribalta il concetto di mindset, traducibile con forma mentis o mentalità. Dweck parla di due tipi di mindset: statico e dinamico.
La mentalità statica vede i talenti come una dote naturale immutabile, mentre secondo la mentalità dinamica qualsiasi abilità può essere imparata, ma i talenti devono essere costantemente allenati o possono peggiorare.
La riflessione su questi due tipi di mindset è di fondamentale importanza in tutte le relazioni educative: tra preparatori atletici e sportivi, genitori e figli, insegnanti e allievi; capiamo insieme perché.

Molte persone che nel corso della vita non hanno allenato le loro abilità innate raccontano di non aver sviluppato appieno la loro carriera. Il motivo? Pensavano bastasse possedere una certa dote per avere successo, senza un ulteriore impegno da parte loro. Questo atteggiamento è tipico della forma mentis statica, secondo cui nasciamo con un certo livello di competenze e tutte le nostre scelte sono volte a confermare il possesso di quelle capacità:
  • agli altri, per essere accettati;
  • a noi stessi, per non sentirci dei falliti.
È una mentalità drastica, non prevede la possibilità di poter imparare per gradi attraverso la perseveranza e l’errore: o siamo capaci, o siamo incapaci.

Per chi ha una forma mentis dinamica, al contrario, le caratteristiche sono competenze che si possono apprendere e migliorare. Un cambio di prospettiva evidente, se pensiamo a quanto il mindset statico condizioni le nostre idee su doti come quelle artistiche o sportive. Tutti, infatti, tendiamo a considerarle dei doni di natura che possediamo dalla nascita, oppure che non averemo mai. Il mindset dinamico ci dice l’esatto opposto: ciascuno di noi può essere particolarmente dotato in alcuni campi, ma ciò non impedisce a persone apparentemente meno portate di riuscire a imparare quell’arte e a conseguire un successo anche maggiore. La leggenda metropolitana di Einstein rimandato in fisica vuole insegnarci proprio questo: la storia del sapere umano è ricca di talenti precoci, così come di persone inizialmente rifiutate proprio negli ambiti in cui più tardi hanno avuto successo. Grazie alle ricerche scientifiche della neuropsicologia, inoltre, oggi sappiamo per certo che l'intelligenza e l'apprendimento di nuove abilità generano nuovi collegamenti neuronali all'interno del nostro cervello e lo mantengono plastico (cioè in grado di cambiare in continuazione); essere propensi a imparare cose nuove ci fa bene a ogni età.

Bisogno di dimostrare o voglia di imparare? Due strade (opposte) per arrivare al traguardo

Il nostro mindset influisce su come agiamo in vista di uno scopo:
  • il mindset statico, che ritiene le caratteristiche innate e immutabili, ci spinge alla fuga dalle preoccupazioni più che al raggiungimento di una meta, facendoci oscillare tra due poli opposti: successo e fallimento. Il suo tratto distintivo è la rigidità delle strategie usate per dimostrare le proprie capacità. Gli scopi di una mentalità statica derivano quasi sempre dalle aspettative imposte da qualcun altro, spesso troppo pesanti. Cercare di dimostrare che queste sono ben riposte può generare in noi una forte ansia da prestazione. Nel peggiore dei casi, se non riusciamo a mantenere gli standard che ci vengono richiesti, rischiamo di sentirci falliti in senso assoluto rispetto all'obiettivo e non semplicemente in difficoltà rispetto a una fase che porta al suo raggiungimento.
  • il mindset dinamico, che considera qualsiasi attività come un insieme di passi da imparare, non si arrende di fronte alle difficoltà e agli insuccessi, perché li mette in conto nel percorso verso la propria meta e li usa per riflettere su ciò che è accaduto e trovare altre strategie per raggiungerla. Chi ha questa mentalità non sente la necessità di dimostrare qualcosa a qualcuno, ma è spinto dalla curiosità di imparare; poiché qualsiasi apprendimento richiede perseveranza e allenamento, l'impegno riveste in questo assetto mentale un ruolo fondamentale. La forma mentis dinamica, dunque, porta al raggiungimento dei propri scopi attraverso l'impegno e la soddisfazione derivante dall'apprendimento.
immagine: mindset dinamico - impegno e apprendimento / Credits: rawpixel.com

Come si coltiva il mindset dinamico?

Riceviamo i primi giudizi sulle nostre capacità in famiglia e a scuola, poi in ambienti come quello sportivo. In qualità di genitori, educatori o allenatori, gli elogi o le correzioni che diamo possono determinare nei bambini lo sviluppo di un mindset statico o dinamico. Questo vuol dire che, in caso di successo, possiamo complimentarci con loro (è così bello vederli felici per aver centrato un obiettivo!), ricordandoci però di lodare il processo più che il risultato:

se per esempio il nostro bambino torna da scuola con un buon voto, dovremmo concentrarci sull'impegno profuso più che sul voto ottenuto; nello sport e nei giochi di squadra bisognerebbe sottolineare l'altruismo all'interno del gruppo che ha permesso la vittoria, più che l’atto individuale del giocatore.

Questo porterà i ragazzi ad accontentarsi e abbassare gli standard? No, piuttosto a credere in se stessi per poter raggiungere livelli elevati (nel rispetto delle possibilità di ciascuno), con la consapevolezza che non sarà una passeggiata e che, se inizialmente potranno aiutarli, i talenti personali innati non basteranno; per arrivare in alto serviranno allenamento e costanza. Crescere in un contesto che fin dalla tenera età incoraggia il tentativo e riconosce l’impegno e i progressi che ne derivano può apportare grandi benefici a livello personale, relazionale e professionale, come spiegato dalla stessa Carol Dweck nell’intervento per TEDxNorrkoping del 2014 intitolato “La forza del credere di poter migliorare”.
immagine: mindset - importanza del processo / Photo by Caleb Woods on Unsplash

E se va male? Come comportarsi di fronte al fallimento di un figlio

Davanti a un insuccesso è inutile e dannoso negare l'evidenza; non cerchiamo di far sentire meglio nostro figlio mentendo sulle sue prestazioni o addossando la colpa agli altri (per esempio ai compagni, oppure all’adulto che ha svolto la valutazione): se noi per primi non accettiamo un suo passo falso e pensiamo che da quello dipenderà la definizione della sua persona, gli trasmetteremo il messaggio che la sconfitta è inaccettabile, contribuendo alla formazione di una mentalità di tipo statico. Ma se consideriamo l’evento come una battuta di arresto da non drammatizzare, su cui potrà riflettere per ricavarne una lezione, la sconfitta non sarà più così catastrofica ai suoi occhi. Si sentirà ugualmente frustrato, ma attraverso queste piccole crisi il ragazzo imparerà a piccoli passi a reagire anche a eventi di maggiore impatto, coltivando così una risorsa interiore importante: la resilienza. La cosa migliore che possiamo fare come genitori è imparare a lasciargli vivere queste esperienze. Quando avrà bisogno di noi, utilizziamo la cosiddetta critica costruttiva mostrandogli come rialzarsi, ad accogliere le sfide con entusiasmo e come gestire le situazioni in modo da potersi aspettare un risultato migliore la volta successiva. Cerchiamo di non trasmettere messaggi che investono integralmente la sua personalità in formazione, piuttosto insegniamogli a usare diverse strategie in modo flessibile, a lavorare e a perseverare per raggiungere i suoi fini, a considerare l’impegno come una possibilità concreta di aumento delle sue competenze attraverso la formazione di nuovi legami neuronali all'interno del suo cervello.
immagine: mindset - sviluppo bambini / Credits: Credits: rawpixel.com
Con la giusta dose di impegno e perseveranza, possiamo cambiare mentalità e guardare con occhi nuovi alle opportunità che ci offre il presente in ogni fase della nostra vita. Vuoi capire come passare da un mindset statico a uno dinamico? Parliamone insieme.

Psicologia e sport: gestire emozioni e comportamenti inizia con il gioco

Ormai lo sappiamo: anche se siamo abituati a distinguere le emozioni in positive e negative, in realtà nessuna di esse è da evitare. I nostri stati d’animo, infatti, sono tutti importanti segnali che indicano quali sono i nostri obiettivi, quanto sono importanti per noi e quanto siamo vicini o lontani dal loro raggiungimento. L’ansia ci dice che uno scopo a cui teniamo molto è minacciato e potremmo perderlo; proviamo rabbia quando riteniamo di aver subito un’ingiustizia (e allora dobbiamo riflettere per capire se si sia verificata davvero, nel qual caso è giusto difenderci, oppure se l’offesa sia piuttosto dovuta a una differenza di valori tra noi e l’altra persona, nel qual caso diventa un’importante occasione di crescita); la tristezza ci indica che l’obiettivo a cui tenevamo tanto è perso, perciò dovremo trovarne un altro o cambiare strategia.
Momenti di crisi come questi sono un’opportunità per metterci in discussione e imparare qualcosa in più su noi stessi e sugli altri, ma per sfruttarli al fine di crescere è importante prima di tutto saperli gestire; è proprio questa una delle competenze che apprendiamo piano piano, crescendo e confrontandoci con loro. Quando non sappiamo ancora gestire le emozioni, rischiamo di essere travolti dall’impulsività dell’ira, schiacciati dalla morsa della paura o atterriti dal dolore. Ecco che lo sport può venire in nostro aiuto e diventare un ottimo alleato nel percorso verso la formazione di una personalità sana ed equilibrata, soprattutto da giovani.

immagine: emozioni e sport - formazione giovani / credits: Rachel Barkdoll

Il comportamento sociale migliora praticando sport

Lo sport, infatti, permette la manifestazione di emozioni anche forti in modalità e contesti socialmente accettabili ed è un importante ponte per le relazioni fra coetanei, con insegnanti e allenatori. Anche in questi ambiti intervengono i Sistemi Motivazionali Interpersonali, cioè comportamenti finalizzati al raggiungimento di un fine che si sono modellati nell’uomo attraverso l’evoluzione. I sistemi di comportamento riconosciuti sono cinque:
  1. Il comportamento di attaccamento, che garantisce la sopravvivenza del piccolo (il quale, senza un adulto come riferimento, non può essere autonomo);
  2. l’accudimento, complementare all’attaccamento, che serve anch’esso per permettere al piccolo di poter crescere e diventare adulto;
  3. il sistema sessuale, con la finalità di portare l’individuo adulto alla conquista di un partner;
  4. Il sistema agonistico, che si sviluppa per la stabilizzazione dei ruoli;
  5. il comportamento collaborativo, cioè quello che implica una cooperazione fra pari in vista di uno scopo condiviso e permette la convivenza e la continua crescita del patrimonio culturale della società.
Anche cronologicamente, quest’ultimo sistema motivazionale è quello che si sviluppa più tardi e il ragazzo diventa in grado di utilizzarlo solo dopo aver raggiunto alcune importanti tappe del comportamento sociale:
  • lo sviluppo di una certa empatia
  • la capacità di decentrarsi e vedere la situazione da altri punti di vista oltre il proprio
  • il coraggio di fidarsi dell’altro
immagine: emozioni e sport - comportamento collaborativo / credits: Quino Al

A ogni contesto il giusto comportamento (prima nello sport, poi nella vita)

Questi comportamenti naturali possono venire attivati in maniera istintiva o dopo aver imparato a utilizzarli nelle diverse occasioni per raggiungere realmente lo scopo che ci siamo prefissati; nessuno è da evitare o migliore degli altri a prescindere, ma è importante attivare il sistema adeguato alla circostanza che stiamo vivendo:
- se per vincere una partita di calcio entro in scivolata sul mio avversario e mi faccio espellere lasciando in 10 i giocatori della mia squadra, avrò compromesso il raggiungimento dell’obiettivo comune avendo attivato lo SMI agonistico al posto di quello collaborativo;
- se durante una partita di tennis mi preoccupo di non far male all’avversario con i miei tiri invece di pensare a fare punto, avrò attivato un sistema di accudimento inopportuno in fase agonistica.
immagine: emozioni e sport - sistema agonistico / credits: Christopher Burns
Attenzione, però: lo spirito agonistico deve comunque essere accompagnato dal rispetto verso le regole, l’avversario e la condivisione di valori universali come l’amicizia, lo spirito di gruppo e il rispetto del prossimo: è il concetto di fair play, che dal 1975 è fonte di ispirazione per chi pratica sport e la cui filosofia è riassunta in 10 regole di buona condotta condivise in tutto il mondo, che costituiscono la Carta del Fair Play. Applicare questi principi porta non solo alla costruzione di realtà sportive sane e inclusive, ma anche ad assistere a gesti di puro altruismo.
I semplici comportamenti derivanti dai sistemi motivazionali, così facili da ritrovare nelle attività sportive, avranno un grande valore nel futuro del giovane, quando dovrà saper utilizzare in maniera adeguata:
  • una certa grinta, senza sfociare nell’aggressività,
  • l’assertività senza temere di parlare per difendere i propri diritti,
  • l’accudimento e l’attaccamento nella sua vita privata, con il partner e i propri figli, insomma, quando affronterà i contesti sociali fondamentali nella vita umana.
Saper riconoscere l’attivazione degli SMI per poterli utilizzare nella maniera più proficua, quindi, rappresenta per chiunque una marcia in più nella gestione dei rapporti interpersonali che può essere appresa anche attraverso lo sport e il sano divertimento.