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L'ACT dà agli adolescenti gli strumenti per orientarsi nell'incertezza

L’adolescenza è un momento di grande cambiamento nella vita delle persone: fisico, emotivo, cognitivo e sociale. È anche la fase in cui possono emergere disturbi psicosociali (ansia, depressione e disturbi alimentari i più frequenti tra i giovani). Complici il distanziamento fisico e l’isolamento dato dalla chiusura delle scuole, la pandemia ha accentuato i disagi sperimentati dai giovani. I disturbi preesistenti e quelli innescati dal lockdown col tempo si stanno stabilizzando e intensificando; servono interventi per arginarli. L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) può aiutare ragazzi e ragazze ad adattarsi al contesto senza perdersi in comportamenti a rischio, il cui richiamo è forte a questa età. Per una maggiore efficacia, è stato messo a punto un modello psicologico su misura per gli adolescenti, il DNA-V: stessi assunti dell’ACT, ma declinati in un sistema di metafore più chiare e immediate per loro.

I cambiamenti e le criticità dell’adolescenza

L’adolescenza abbraccia buona parte della nostra età evolutiva. È una fase molto delicata nella nostra vita: cambia il rapporto con noi stessi (in termini di immagine corporea, pensieri, attitudini, interesse verso la sfera sessuale) e con gli altri, in particolare con genitori e coetanei (i secondi si impongono sui primi, diventando le figure di riferimento principali).
Da adolescenti, facciamo fatica a gestire l’intensità degli stati d’animo e la mole di pensieri che ci attraversano: viviamo in bilico tra la voglia di conoscere cose nuove e la paura di perdere i punti fermi che fino a quel momento abbiamo avuto. Questo causa delle forti oscillazioni nel nostro umore, nell’autostima e nelle emozioni.

L’adolescenza è anche il periodo in cui emerge la maggior parte dei disturbi psicosociali, precisamente tra i 15 e i 25 anni[1]. I più ricorrenti tra i giovani sono:
  • ansia
  • depressione
  • disturbi alimentari

    ACT e adolescenti – oscillazioni emotive
    ACT e adolescenti – oscillazioni emotive / Foto di Ben Weber - Unsplash

Il rischio d’insorgenza di disturbi psicosociali nei giovani è aumentato durante la pandemia

Con le sue restrizioni, una su tutte l’interruzione delle lezioni in presenza, il Covid ha innalzato il rischio d’insorgenza di disturbi tra i minorenni. I dati evidenziano due tendenze:
  • una stabilizzazione di disagi potenzialmente passeggeri. Il disturbo post traumatico da stress dato dal primo lockdown (che, solo in Italia, potrebbe aver colpito quasi 1 bambino su 3) si sta trasformando in disturbo da disadattamento, con ripercussioni fisiche e cognitive[2].
  • un’intensificazione dei disturbi già presenti nel periodo precedente alla pandemia. Ansia e depressione sul lungo periodo provocano disturbi del sonno e fatica psicologica. La frustrazione innescata dall’isolamento porta anche ad episodi di aggressività domestica, perdita di autostima e comportamenti autolesionisti.
Tra marzo e aprile 2020 è stata registrata un’impennata degli accessi in ospedale di adolescenti (+50-57% in tutto il mondo[3]). In Italia si nota una preoccupante incidenza di autolesionismo marcato e tentato suicidio tra i giovani in Pronto Soccorso (il 65% dei casi tra ottobre 2020 e aprile 2021). Boom di richieste di aiuto anche per l’anoressia: +28%[4].
Come gestire al meglio le difficoltà emotive e psicologiche contingenti in un’età che è di per sé complessa?

ACT e adolescenti – stop lezioni in presenza / Foto di marco fileccia - Unsplash

Un modello psicologico mirato può aiutare i giovani ad adattarsi al cambiamento

L’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) è una tecnica psicologica articolata in tre step (accettazione del dolore, contatto con il presente, individuazione dei propri valori fondanti) che ci permette di reagire a eventi esterni adattando di volta in volta il nostro comportamento senza perdere di vista i nostri obiettivi. Può essere un valido aiuto per gli adolescenti; ora più che mai, la flessibilità psicologica può essere una risorsa per adattarsi al periodo difficile che stanno vivendo.

Per rispondere in modo mirato alle necessità dei giovani, è stato messo a punto il modello DNA-V, che li allena a padroneggiare tre competenze[5]: esploratore (D – discoverer), osservatore (N – noticer), consulente (A – Advisor). Tutt’e tre lavorano al servizio dei valori (V – values), che come nell’approccio originale dell’ACT orientano l’agire della persona.

Il consulente rappresenta la capacità di autoconsigliarci, la voce interiore che interpreta il passato, costruisce credenze nel presente, fa previsioni sul futuro. È un comportamento che mette in campo l’esperienza sotto forma di linguaggio e pensiero per capire rapidamente cosa fare. È una voce ambivalente: a volte può essere d’aiuto, altre d’intralcio. Attraverso questa metafora, l’adolescente impara che la voce interna è solo una parte di sé, non lo rappresenta nella sua interezza. Nell’ACT corrisponde all’accettazione e alla defusione.

L’osservatore coincide con l’abilità di entrare in contatto con noi stessi e con il nostro sentire; ci aiuta a sganciarci dai pensieri che ci distaccano dalla realtà. Lo fa in tre modi: raccoglie informazioni sensoriali, dalle quali capiamo come stiamo interagendo con l’esterno; ci rende consapevoli delle nostre azioni e del loro effetto sugli altri; ci fa cogliere le opportunità intorno a noi favorendo il contatto con persone, cose e luoghi. In questo modo l’adolescente non si isola nel proprio mondo interiore, ma mantiene un solido appiglio al momento presente.
Nell’ACT gli stessi concetti sono ricompresi nella mindfulness e nel sé come contesto (lo sguardo esterno con cui osserviamo noi stessi e i nostri stati interiori).

ACT e adolescenti – osservatore DNA-V / Foto di Devon Divine - Unsplash

L’esploratore ci insegna a gestire la voglia di esplorare e sperimentare il mondo. Ci guida nel testare comportamenti e cose nuove valutandone il funzionamento, ricercare valori importanti per la nostra vita, mettere a fuoco i nostri punti di forza.
Grazie a questo approccio, l’adolescente incanala la sua naturale propensione al rischio, alle novità e alle sensazioni forti in attività funzionali di scoperta. Scoperte che renderanno la sua vita gratificante e ricca di senso.
Traducendo nel linguaggio ACT, questa figura abbraccia l’identificazione dei valori e l’azione impegnata.

In conclusione, la pandemia è stata definita da alcuni psicologi un detonatore6 di disturbi tra gli adolescenti. Allo stesso modo, il modello DNA-V può essere il catalizzatore di un percorso di scoperta e messa a frutto delle loro capacità cognitive, emotive, comportamentali. Un viaggio dalla sicurezza dell’infanzia alla complessità della vita adulta, in cui la bussola per orientarsi – anche nell’incertezza più totale - sono i valori che ognuno sceglie per sé.







Lo psicologo dello sport, un allenatore mentale per atleti e squadre

Anche nello sport, apparentemente molto lontano dal pensiero, la mente gioca un ruolo importante. Lo psicologo dello sport aiuta l’atleta a migliorare le sue prestazioni attraverso un mental training (o allenamento mentale) personalizzato che coinvolge obiettivi, gestione delle emozioni, relazioni con allenatori e compagni di squadra e la prevenzione di situazioni a rischio, come il sovrallenamento. 

Lo sport agonistico: un’esperienza fisica ed emotiva molto intensa

La maggior parte di noi pratica sport a livello amatoriale, per liberare la mente, tenersi in forma, trascorrere del tempo all’aperto. Possiamo darci o meno degli obiettivi e raggiungerli grazie ad allenamenti più o meno costanti.
Per chi fa dell’attività fisica la propria professione, il discorso si complica. Praticare sport a livello agonistico significa:
  •  allenarsi costantemente, a volte anche molte ore ogni giorno (è il caso dei nuotatori);
  •  dover centrare degli obiettivi precisi e importanti (battere un record, qualificarsi per competizioni nazionali o internazionali); 
  • affrontare sfide anche temporalmente ravvicinate tra loro (pensiamo al numero di partite da giocare in un campionato di pallavolo o di calcio); 
  • mettere il proprio fisico a dura prova per dare sempre il massimo (guidare un’auto di Formula 1 a 200km/h per una o due ore di seguito, affrontare una gara di triathlon olimpico, correre una maratona).
Nuotatore professionista in piscina
Psicologo dello sport – sport agonistico / foto di Gentrit Sylejmani - Unsplash

Nell’attività agonistica, un atleta si trova a gestire quotidianamente fattori come stress, ansia, sicurezza, concentrazione e deve farlo nel modo più funzionale al raggiungimento dei suoi obiettivi. La mente deve aiutare il suo corpo nell’impresa, non essergli d’ostacolo. Per questo, nel corso del tempo, ai preparatori atletici si sono affiancate nuove figure professionali con lo scopo di fornire agli sportivi il giusto supporto mentale, attraverso strategie differenti:
  • il motivatore, come suggerito dal nome, si concentra sul sollecitare la motivazione dell’atleta rispetto al raggiungimento di un obiettivo;
  • il mental trainer aiuta l’atleta a mettere a fuoco punti di forza e margini di miglioramento e può aiutarlo con tecniche specifiche a gestire le sue emozioni.

La psicologia dello sport, un nuovo approccio all’attività fisica

La psicologia dello sport è una disciplina orientata allo studio dei fattori psicologici in grado di migliorare la resa nell’attività agonistica, ma anche alla promozione dell’attività motoria come fonte di benessere psicologico, sociale e strumento di prevenzione di patologie, soprattutto nell’età evolutiva e nella terza età.
Lo psicologo dello sport è un professionista che aiuta l’atleta a migliorare le sue prestazioni, ma lo fa con uno sguardo più ampio rispetto alle altre figure. Affianca alle tecniche di mental training un’analisi della persona in termini di vissuti emotivi, pensieri e personalità. Questo approccio personalizzato, che tiene conto di variabili individuali e conoscenza dei processi cognitivi, deriva dalla sua formazione accademica psicologica (non necessariamente presente nel caso di motivatori e mental trainer) e permette una comprensione più profonda del soggetto, come sportivo e come persona.
Immagine raffigurante racchetta da tennis e pallina
Psicologo dello sport – approccio personalizzato / foto di Cherry Bueza - Unsplash

Le competenze dello psicologo dello sport riguardano:
  • l’allenamento mentale dell’atleta: formazione degli obiettivi, gestione delle emozioni, visualizzazione di percorsi e gesti, miglioramento di attenzione, autostima e concentrazione
  • il lavoro di squadra: costruire un buon clima tra compagni e un gruppo unito, supportare l’allenatore nelle relazioni con gli atleti, aiutare a sviluppare leadership e fair play
  • la gestione di situazioni a rischio: intervento e consulenza in caso di uso di sostanze dopanti, aggressività durante l’attività sportiva, depressione, sovrallenamento
  • l’individuazione di disturbi: alimentari o strettamente legati al mondo dello sport (paura di vincere, ansia da prestazione, sindrome del campione)
  • l’affiancamento dello sportivo in momenti delicati: infortuni, riabilitazioni, passaggi di categoria, cambiamenti nella vita privata
In Italia la figura dello psicologo dello sport è ancora poco conosciuta, mentre all’estero partecipa già da molto tempo al processo di preparazione atletica. La prima collaborazione risale agli anni ’30 del Novecento e ha coinvolto una squadra di baseball statunitense. Nel 1962 un intero team di psicologi affiancò gli atleti giapponesi alle Olimpiadi.

Il modo migliore per capire come uno psicologo dello sport può concretamente aiutare singoli atleti e squadre è parlare con uno di loro. Contattami per saperne di più.
Vista dall'alto di una pista di atletica con corridori
psicologo dello sport – lavoro di squadra / foto di Steven Lelham - Unsplash


Impariamo a reagire ai pensieri negativi ossessivi con la metacognizione

La metacognizione è il pensiero applicato al pensiero, cioè la capacità di monitorare, regolare, controllare, valutare il processo e il prodotto della coscienza.
In questa definizione, a differenza del concetto di stato mentale, non c’è nessun riferimento all’aspetto emotivo, che rimane totalmente escluso. La metacognizione, infatti, si rivolge esclusivamente alle ragioni del mantenimento del rimuginìo, senza indagare le origini e le motivazioni del pensiero che ci assilla.
Secondo questo modello, ci si trova intrappolati in un disturbo a causa delle proprie credenze; confutare queste ultime è l’obiettivo del lavoro con lo psicologo.

Rimuginìo, ruminazione e convinzioni dannose

Gli studiosi Wells e Papageorgiu sostengono che, di fronte a un evento, tendiamo a rispondere con un insieme di strategie disfunzionali che, nonostante ci creino disagio, continuiamo a ripetere:
  • Rimuginìo: stile di pensiero volontario, connotato negativamente, volto al futuro (che percepiamo come una minaccia), verbale e astratto - apparentemente più controllabile rispetto a una immagine dettagliata
  • Ruminazione: stile di pensiero volontario, anch’esso orientato in senso negativo, rivolto al passato e alla ricerca di risposte Le convinzioni riguardanti il rimuginìo e la ruminazione possono essere connotate positivamente o negativamente:
- le convinzioni positive vedono nell’atto di ruminare e rimuginare un modo per trovare soluzioni e superare le emozioni negative;
- le convinzioni negative riguardano la paura della perdita di controllo sui propri pensieri, il timore di una ricaduta fisica dell’eccessivo pensare e la paura della pazzia e incrementano l’ansia e il senso di fallimento.
Entrambe possono mantenere vivo il disturbo, perché spingono la mente a un’intensa attività che non necessariamente porta a una soluzione o a un miglioramento, anche quando si pone questo obiettivo.
immagine: rimuginìo e ruminazione - pensare troppo
[immagine: rimuginìo e ruminazione - pensare troppo_SGLpsicologa / Photo by Aarón Blanco Tejedor on Unsplash]

Possibile non è uguale a reale

Lo stato mentale indica l’insieme di credenze, emozioni, pensieri e comportamenti con cui reagiamo all’accadere di certi eventi.
Esistono due modalità di valutazione del nostro stato mentale:
1) Lo riteniamo reale: a furia di pensarci, il nostro timore diventa una realtà.
Per esempio: una persona che stiamo aspettando è in ritardo e iniziamo ad aver paura che le sia successo qualcosa di terribile. All’inizio questo pensiero si presenterà solo come una sgradevole, remota possibilità; continuando a pensarci su, ci convinceremo che non può essere accaduto niente di diverso da ciò che temiamo.
2) Applichiamo la metacognizione: riusciamo a osservare i nostri pensieri trattandoli come eventi separati da noi stessi e dalla realtà.
Per esempio: quando ci troviamo nella situazione indicata sopra e il pensiero sgradevole compare, non facciamo nulla, fermi nella consapevolezza che si tratta di semplici produzioni mentali non per forza corrispondenti alla realtà.

Come fermare un circolo vizioso di pensieri?

L’elemento fondamentale del pensiero che porta disagio, secondo i due autori citati, è rappresentato dalla sindrome cognitivo-attentiva (CAS), cioè l’insieme di strategie dominate da ruminazione e rimuginìo che, anziché placare l’ansia, la fanno aumentare.
Ecco come contrastarla:
1) Mettiamo in discussione i nostri percorsi mentali
La prima azione da compiere per fermare il continuo lavoro della mente e formulare un piano efficace per la soluzione del problema è confutare l’utilità di rimuginìo e ruminazione: dobbiamo renderci conto che siamo entrati in un loop in cui vengono poste sempre le stesse premesse, le quali portano inevitabilmente alle medesime conclusioni insoddisfacenti. Non è ponendoci incessantemente la stessa domanda che otterremo la risposta che cercavamo. Alcune domande non hanno risposta e dobbiamo accettarlo, altre richiedono silenzio e concentrazione e la mente agitata non ci aiuta; altre ancora vanno affrontate con una strategia basata su informazioni, ma ci vuole tempo per raccoglierle.
[immagine: metacognizione - percorsi mentali_SGLpsicologa / Photo by Evan Dennis on Unsplash]

2) Alleniamoci a osservare i nostri pensieri con distacco
Il secondo passo è il training attentivo, da svolgere insieme a uno psicoterapeuta: utilizzando esercizi specifici scopriremo che i nostri pensieri sono gestibili e meno autonomi di quanto crediamo.
Infine lo specialista ci insegnerà a usare la Detached Mindfulness, cioè a essere con la mente nel momento presente, pienamente consapevole dei nostri stati interni (pensieri, credenze, ricordi e sensazioni) e a prendere le distanze da ogni reazione emotiva o comportamentale. Questo esercizio ci aiuta a sviluppare la capacità di osservare il nostro pensiero senza emettere alcun tipo di giudizio, considerarlo un evento di passaggio nella mente e, dopo averlo accolto, lasciarlo andare via. Entra quindi in gioco il concetto di distacco come capacità di separare il sé dai propri pensieri, senza adottare comportamenti disfunzionali. La credenza di fondo dei rimuginatori è che questo loro comportamento non si possa controllare: gli esercizi del training attentivo e la pratica della detached mindfulness agiscono proprio confutando questa credenza. Perché, citando Wells, “I pensieri non sono importanti, importante è come reagiamo”.
[immagine: detached mindfulness - SGLpsicologa / Photo by Autumn Goodman on Unsplash]
Se ti senti intrappolato nei tuoi pensieri negativi, sappi che esiste una via d’uscita. E possiamo trovarla insieme.

BIBLIOGRAFIA
Wells, Papageorgiu, Terapia metacognitiva dei disturbi d’ansia e depressivi, Eclipsy, 2009

L'ipnosi, una nuova terapia del tabagismo

Ormai è risaputo, le campagne contro la dipendenza dal fumo (tabagismo) che mirano a spaventare puntando sulle possibili gravi conseguenze non funzionano: i mass media, i protagonisti dei film e i leader dei gruppi che incitano più o meno intenzionalmente al fumo esercitano una pressione sociale che spinge soprattutto i giovani ad adottare il comportamento da fumatore, spesso anche minimizzando i risultati delle ricerche che ne denunciano la pericolosità.
immagine: smettere di fumare – giovani fumatori
immagine: smettere di fumare – giovani fumatori / Cameron Kirby
I dati confermano la diffusione del fenomeno: in Italia nel 2016 il 19,8% della popolazione dai 14 anni in su si dichiara fumatore; praticamente una persona su 5, adolescenti inclusi. Il dato risulta ancora più allarmante se inserito in un quadro e in un arco temporale più ampio: in Europa dall’inizio degli anni ’90 al 2018 i fumatori di età compresa tra gli 11 e i 15 anni sono aumentati del 50%.
Il guaio è che, purtroppo, una volta entrati nella spirale delle sigarette, è difficile uscirne e si va incontro a tutte le fasi che si notano nelle dipendenze:
  • Assuefazione: aumento del numero giornaliero, perché la quantità precedente non basta più;
  • Craving: termine inglese che sta per “brama”, “smania” e indica l’esigenza di averne sempre a disposizione
  • Astinenza: comportamento ansioso e facilmente irritabile dovuto al non potersi procurare la sostanza

Perché le persone non riescono a smettere di fumare?


Le ragioni per cui le persone non smettono di fumare pur conoscendo bene i pericoli insiti nelle sigarette sono diverse e soggettive, ma su tutte ne spiccano alcune più ricorrenti:
  • La difficoltà nel tollerare l’astinenza, prima fisica e poi emotiva (quest’ultima è più insidiosa, perché può manifestarsi anche a distanza di anni dall’ultima sigaretta)
  • La sfiducia in se stessi, riconoscibile da frasi come “Ho provato di tutto, ma non ha funzionato, sono un caso disperato
  • La preoccupazione di come sostituire questa abitudine nei momenti di stress, principalmente dovuta alla paura di prendere peso
immagine: smettere di fumare – sfiducia in se stessi
immagine: smettere di fumare – sfiducia in se stessi / Abbie Bernet
Per aiutare le persone ad abbandonare la dannosa abitudine del fumo, ormai da diverso tempo sono stati accertati i vantaggi e i buoni risultati che provengono dalla terapia con l’ipnosi. Questa tecnica viene continuamente aggiornata per cercare di raggiungere risultati sempre migliori e oggi vanta una percentuale di riuscita tra il 44% e il 70% dei casi a distanza di 3 anni.

La terapia ipnotica: un percorso motivazionale personalizzato

L’ipnoterapia si articola in 8 passaggi che tengono presenti sia le caratteristiche comuni dei fumatori, sia la personalità e la biografia specifica di ciascuno.
Nel fumatore spesso sono presenti tratti di ansia, che tenta di gestire attraverso comportamenti disfunzionali come l’uso della nicotina; un’autostima piuttosto bassa, con una conseguente mancanza di fiducia nelle proprie capacità di riuscire a smettere. Da non sottovalutare è anche il piacere stesso di fumare. Infine, quando un tabagista sceglie di abbandonare le sigarette, spesso lo fa a seguito di un evento che lo ha in qualche modo colpito: alcune volte spaventandolo, altre generando disgusto, magari per aver fumato troppo in alcuni momenti recenti. Col passare del tempo, però, quella circostanza diventa un ricordo sempre più appannato e così anche la motivazione si fa più debole.
immagine: smettere di fumare – mantenere la motivazione
immagine: smettere di fumare – mantenere la motivazione / Maddi Bazzocco
Oltre a questi fattori comuni, ogni fumatore ha una propria vita fatta di biografia e specificità genetiche che lo portano ad avere preferenze e gusti individuali e a disapprovare e respingere altre sensazioni; immagini e luoghi che lo aiutano a trovare la calma e altri che lo infastidiscono o gli richiamano ricordi inquietanti. Ed è qui che entrano in gioco le metafore: largamente usate nell’ipnosi, possono essere costruite su misura basandosi proprio sulle peculiarità del soggetto che abbiamo di fronte.
La terapia ipnotica per il tabagismo si presenta come una tecnica di breve durata (1 o 2 sedute) che tiene conto di entrambe le dimensioni (caratteristiche comuni e aspetti individuali) e che agisce soprattutto sull’incremento e mantenimento della motivazione.
Contattami se vuoi provare a smettere di fumare seguendo una terapia seria e mirata.

fonti:
Istat - https://www.istat.it/it/archivio/202040
Fondazione Veronesi - https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/fumo/sempre-piu-fumatori-giovanissimi-sono-il-doppio-rispetto-al-1990 https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/lesperto-risponde/anche-la-dipendenza-da-fumo-puo-dare-crisi-dastinenza
Merati L., Ercolani R., Manuale pratico di ipnosi clinica e autoipnosi, Edra, 2015

Fobia sociale: la paura del giudizio altrui. Riconoscila e affrontala!

La parola fobia viene dal greco phóbos e significa panico, paura. Questo stato d’animo può accompagnarci in una grande varietà di situazioni ed essere scatenato da diversi fattori; un particolare tipo di paura, che attanaglia molti di noi quando siamo sotto gli occhi di tutti, è la fobia sociale. Come riconoscerla? Come influenza la nostra vita? Come si può gestire?

Come riconoscere la fobia sociale

I principali sintomi di questo disturbo sono:
  • la paura marcata e persistente delle situazioni sociali o prestazionali nelle quali siamo in presenza di persone non familiari o siamo esposti al possibile giudizio degli altri e temiamo di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante;
  • un forte stato d’ansia quando ci troviamo nella situazione temuta, che può assumere i contorni di un vero e proprio attacco di panico nei soggetti più sensibili;
  • la consapevolezza che la nostra paura è eccessiva o irragionevole;
  • un’intensa sensazione di ansia o disagio che ci porta a evitare o a mal sopportare le situazioni sociali o prestazionali temute;
  • un’interferenza di evitamento, ansia anticipatoria o disagio con le nostre normali abitudini, con il nostro funzionamento lavorativo (o scolastico), con le nostre attività e relazioni sociali;
  • un grande disagio per il fatto stesso di avere la fobia.
Una delle emozioni più caratteristiche della fobia sociale è quindi l’ansia. L’ansia è un'attivazione fisiologica che comporta una serie di manifestazioni somatiche, come per esempio palpitazioni, tremore, sudore e rossore facciale. Può manifestarsi a livello fisico, cognitivo e comportamentale e ci fa sentire inadeguati.
Anche altre sensazioni e comportamenti, come la paura o l’evitamento (cioè l’allontanamento da una situazione, una persona o un evento che percepiamo come pericoloso per noi stessi), sono una diretta conseguenza dello stato fobico.
immagine: fobia sociale - evitamento / Photo by freddie marriage on Unsplash

La fobia sociale è un disturbo diffuso, difficile da mandare via

La fobia sociale presenta 2 sottotipi: generalizzata oppure specifica. Quella generalizzata, come suggerisce il termine, è una costante e non dipende dalla possibilità di ricevere un giudizio dagli altri; quella specifica è più legata a una singola prestazione: sostenere un esame orale, fare un discorso in pubblico, gareggiare in una competizione sono solo alcune situazioni tipo in cui possiamo sentirci sotto una lente di ingrandimento e temere di fare brutta figura o di coprirci di ridicolo. Dal punto di vista del fobico sociale, queste eventualità possono influenzare negativamente l’opinione di chi lo ascolta o osserva (dando erroneamente per scontato che ci sia sempre qualcuno pronto a giudicare ogni sua azione).
La più diffusa è la forma generalizzata, che è anche la più grave e porta un maggior numero di persone alla richiesta di un trattamento. Gli uomini fanno più spesso richiesta di trattamento, anche se sono le donne a soffrirne di più.
L'andamento del disturbo è fatto di alti e bassi, di vari scompensi e la situazione diventa ancora più complicata in concomitanza di altri comportamenti disfunzionali. I più frequenti sono:
  • l'abuso di alcool (per sciogliere i freni inibitori);
  • l'abuso di ansiolitici (per calmarsi).
immagine: fobia sociale specifica - discorso in pubblico / Photo by Tim Napier on Unsplash

Come si sviluppa la fobia sociale?

Le condizioni che favoriscono l’insorgere della fobia sociale derivano dall’ambiente familiare: uno stile d’attaccamento insicuro, con genitori ansiosi, ipercritici, evitanti e che reprimono l’assertività dei figli fanno sì che questi sviluppino una tendenza al perfezionismo e un'organizzazione mentale di tipo ossessivo, oppure disturbi del comportamento alimentare (DCA).
Altre caratteristiche possono essere avere una bassa autostima, attribuire agli altri il proprio pensiero (deficit di decentramento), ricordare solo eventi negativi.

Guardando il fenomeno da un punto di vista puramente evoluzionistico, la paura ultima è quella di essere esclusi dal gruppo, che nel regno animale equivale a un aumento del pericolo. Le azioni sono quindi mirate a prevenire il rifiuto e l'esclusione: la paura di perdere la faccia e di essere ridicolizzati attiva il nostro Sistema Motivazionale Interpersonale agonistico, cioè tutti quei comportamenti che usano meccanismi di rivalità per la conquista di un ruolo vincente.
I cambiamenti cognitivi derivanti da questa paura sono:
  • un’aumentata percezione e attenzione ai segnali di pericolo;
  • l’inibizione dei segnali della propria paura;
  • l’attivazione di comportamenti difensivi e protettivi.
immagine: fobia sociale - paura di essere esclusi dal gruppo / Photo by Climate KIC on Unsplash

Come curare la fobia sociale

Per inquadrare un soggetto fobico sociale si può fare riferimento al modello di fobia sociale di Clark e Wells del 1995. Questo si concentra su tre aspetti:
  1. una particolare attenzione ai propri stati interiori;
  2. l’uso di informazioni interne per prevedere il proprio effetto sugli altri;
  3. il ricorso a comportamenti di sicurezza, quelli che possono preservarlo dal fare figuracce.

Le relazioni di una persona che soffre di questo disturbo sono realmente influenzate dai comportamenti protettivi che mette in atto; il problema è il significato attribuito alle proprie azioni e alle reazioni altrui, infatti il soggetto tende a rimuginare sempre, prima, durante e dopo la circostanza temuta.
Il fobico desidera il contatto, ma ha paura della propria prestazione, perché vede gli altri come superiori e dunque li teme. Le situazioni specifiche temute spesso riguardano il mangiare, il bere, lo scrivere mentre qualcuno lo guarda; il parlare in pubblico, partecipare a riunioni, avere rapporti sessuali, utilizzare bagni pubblici.

Per bloccare questa spirale di paura e negatività si può intervenire utilizzando alcune tecniche, quali:
  • i compiti di esposizione. Il paziente affronta una situazione che normalmente percepisce come sgradevole sotto la guida del terapeuta per superare l’ansia verso di essa e riscriverne mentalmente il significato.
  • il role playing. Il paziente simula con il terapeuta una situazione sociale o professionale che lo agita particolarmente; in questo modo può scoprire nuove soluzioni in una modalità protetta, senza doversi misurare realmente con le conseguenze di eventuali errori comportamentali o cognitivi.
  • la manipolazione dei comportamenti protettivi. Il paziente prende in esame le situazioni temute, immagina come si comporterebbe per evitare di sentirsi goffo, ridicolo o inadeguato e insieme al terapeuta trova degli atteggiamenti alternativi, meno concentrati su di sé e più funzionali a costruire delle esperienze sociali positive; l’obiettivo non è più evitare o superare l’evento temuto, ma viverlo in modo sereno e soddisfacente. 
Il terapeuta deve quindi:
    • lavorare insieme al paziente sulle conseguenze catastrofiche ipotizzate, ridurre il suo autocriticismo e perfezionismo, eliminare i suoi comportamenti protettivi (uno su tutti l’evitamento);
    • aumentare la capacità di focalizzazione esterna del paziente, correggere le sue aspettative negative circa una situazione specifica con l’esposizione in vivo, favorire il suo apprendimento di abilità sociali.
Ti capita spesso di sentirti a disagio quando sei in mezzo agli altri? Contattami, insieme capiremo come gestire emozioni e comportamenti generati dall’ansia.

Fonti: stateofmind.it, aidas.it, terzocentro.it, psicolab.net

Disturbo d’ansia generalizzato, il male di chi non sa smettere di pensare

I soggetti ansiosi passano anche più di metà giornata preoccupandosi, anche se si rendono conto che il loro comportamento non porta ad alcuna soluzione. Sentono di non riuscire a controllare i propri pensieri (e i conseguenti sintomi) riguardo a minacce che solitamente coinvolgono aree tematiche ricorrenti: la famiglia, il denaro, il lavoro, la salute personale. La preoccupazione si presenta sproporzionata rispetto all’evento temuto e pervasiva.
Quando l’ansia è caratterizzata da fastidiosi sintomi persistenti indotti dalla preoccupazione - spesso anche somatici - possiamo parlare di disturbo d’ansia generalizzato.

Il tratto psichico distintivo dell’ansia generalizzata: il rimuginìo

Caratteristica centrale del disturbo è l’attesa apprensiva, una sorta di tensione psichica, con anticipazione pessimistica di esiti negativi per sé o per i propri familiari in assenza di realistiche motivazioni. A questa componente del disturbo d’ansia generalizzato si accompagna, dal punto di vista cognitivo, il rimuginìo. Secondo Borkovec et al. (1983), il rimuginìo è un incessante susseguirsi di immagini e pensieri di eventi con finali catastrofici apparentemente incontrollabili; il ritorno ripetitivo ai pensieri ansiogeni è dato dal fatto che la preoccupazione nasce dal tentativo di eseguire un problem solving mentale su una questione dall’esito incerto, ma di grande importanza per il soggetto. Wells (1999) sottolinea il carattere prevalentemente verbale del rimuginìo, a differenza delle immagini che colpiscono più in profondità la parte emotiva. Il linguaggio interiore si appoggia alla parte logica, creando un certo distacco dall’intensità dell’emozione; infatti i pensieri verbali stimolano una scarsa risposta cardiovascolare, mentre immagini dello stesso materiale evocano una risposta più forte.
immagine: disturbo ansia generalizzato - rimuginìo / Photo by Jad Limcaco on Unsplash
Come tutte le potenzialità dell’uomo, anche la preoccupazione di per sé non è patologica, ma anzi può essere una modalità funzionale di risoluzione di un problema: essa consiste nella contemplazione di situazioni potenzialmente pericolose e di strategie personali di fronteggiamento. È associata a una motivazione a prevenire o evitare un potenziale pericolo e, pur essendo spesso intrusiva (cioè non ricercata, ma spontanea), è controllabile, benché spesso ci sembri il contrario. Secondo Barlow et at. (1998) ciò che rende la preoccupazione patologica non è il contenuto dei pensieri in sé, ma la percezione che sia eccessiva e incontrollabile. Il rimuginìo ansiogeno è caratterizzato da:
  • una significativa diminuzione delle asserzioni orientate al presente, con prevalenza del futuro;
  • aumento dell’affettività ansiosa e depressiva (la sensazione di non riuscire più ad uscire da questi pensieri ricorrenti);
  • minore capacità di spostare la propria attenzione da un argomento all’altro o di focalizzarla;
  • prevalenza di parole che implicano un’interpretazione catastrofica (es. sempre, mai, tremendo, terribile).
Poiché i soggetti ansiosi vivono male l’incertezza, il rimuginìo è il loro modo per prepararsi al peggio, cercando di controllare gli eventi futuri per evitare le delusioni e proteggere le persone care, qualche volta anche in senso un po’ superstizioso.

Come si riconosce un ansioso patologico? Dalla tensione fisica e dalle sue convinzioni

Ancora Borkovec sottolinea, inoltre, come la preoccupazione per problemi quotidiani relativamente poco importanti possa servire da distrazione per tematiche di maggiore carica emotiva. Per Stober (1998) i concetti astratti che caratterizzano le preoccupazioni possono contribuire a diminuire l’immaginazione mentale e ridurre la capacità di iniziare passi concreti per la soluzione dei problemi. Quindi la preoccupazione diventa forma di evitamento per timore dell’errore, perfezionismo o allontanamento delle emozioni. All’inibizione dell’elaborazione emotiva si accompagnano segni di tensione fisica, come:
  • irrigidimento muscolare soprattutto al capo, al collo e al dorso,
  • dolori diffusi e cefalee, tremori e contrazioni;
  • iperattività neurovegetativa (respiro affannoso, palpitazione, sudorazione, secchezza delle fauci, sensazione di nodo alla gola o di testa vuota e leggera, vampate di caldo, disturbi gastroenterici);
  • disturbi cognitivi, rappresentati principalmente dal rimuginìo, scarsa concentrazione e facile distraibilità, disturbi della memoria;
  • disturbi della vigilanza (irrequietezza, irritabilità, nervosismo, stato di allarme);
  • disturbi del sonno (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, oppure sonno inquieto e insoddisfacente).
immagine: ansia generalizzata - disturbi del sonno / Photo by Bekah Russom on Unsplash
L’ansia patologica ha un decorso cronico e fluttuante e tende a peggiorare durante i periodi di stress. Spesso i soggetti che ne soffrono ricorrono ad autoterapie disfunzionali (come l’abuso di alcol o sostanze) e per questa ragione il disturbo si presenta frequentemente associato ad altri, come la depressione che insorge secondaria quando il paziente sente che sta perdendo il controllo della propria vita. Compare spesso in adolescenza, tuttavia è difficile da definire con esattezza, in quanto i pazienti hanno spesso la sensazione di soffrirne da sempre.
Il disturbo d’ansia generalizzato colpisce prevalentemente le donne (circa il 60% dei pazienti ansiosi), soprattutto se separate, vedove, divorziate, disoccupate o casalinghe.
In pochi si rivolgono allo psicologo, probabilmente perché la componente somatica dell’ansia spinge le persone a consultare altri specialisti e solo dopo il colloquio con loro si valuta la possibilità di un percorso psicologico.
Le persone che soffrono di un disturbo d’ansia generalizzato hanno alcune convinzioni che caratterizzano questo disagio:
  • il mondo è considerato sempre minaccioso (anche dietro a eventi neutri possono nascondersi pericoli che vanno scoperti);
  • le emozioni fanno paura ed è presente il circolo vizioso per cui lo stato di allerta viene scambiato per pericolo in sé;
  • la tranquillità intimorisce, perché viene scambiata per impreparazione al pericolo incombente; se la mente è sgombra ci si concentra sui pericoli potenziali;
  • l’esito catastrofico atteso si basa su un senso di inadeguatezza personale (in parole povere i soggetti ansiosi ritengono di non avere le capacità necessarie ad affrontare i problemi);
  • ci si giudica negativamente, facendo riferimento a una teoria costruita autonomamente su come non si debba essere psicologicamente deboli.
immagine: disturbo ansia generalizzato - convinzioni catastrofiche / Photo by Mario Azzi on Unsplash

Gestire l’ansia è meglio (e più realistico) che evitarla

Per contrastare questa situazione così difficile da sopportare e alcune volte con pesanti ricadute sulla propria vita, il punto di partenza è assumersi la responsabilità del controllo dei propri pensieri, sentimenti e comportamenti: l’ansia non deve essere evitata, può essere gestita; i pensieri non sono fuori dal controllo, possiamo utilizzare adeguate strategie che ci permettono di riportare nella sfera della tolleranza le emozioni e in quella intenzionale i comportamenti. Bisogna quindi cercare di distinguere le preoccupazioni irrealistiche da quelle ragionevoli, ma eccessive. In seguito, possiamo:
  • tenere un diario degli eventi e delle reazioni che suscitano in noi per affrontare i pensieri catastrofici ogni volta che si presentano stimoli in grado di scatenarli: infatti la scrittura rende possibile un certo distanziamento che permette di riprendere il controllo sui pensieri.
  • imparare a osservare i nostri pensieri riconoscendoli come tali (e quindi diversi da ciò che realmente sta accadendo) usando alcune tecniche volte all’acquisizione di consapevolezza (mindfulness): in questo modo non rimaniamo agganciati all’immagine, ma lasciamo andare, allenandoci a gestire la nostra mente, portandola a focalizzarsi su altri aspetti oltre il pensiero dominante.
  • per completare il nostro percorso verso la calma, in alcuni casi si possono utilizzare gli esercizi di rilassamento (per esempio il training autogeno).
Infine dobbiamo ricordare che non è realistico credere che anni di paure abituali e pensieri negativi possano essere del tutto superati in poche settimane; la modulazione dell’ansia richiede allenamento continuo, anche quando l’intensità dell’emozione e dei sintomi si sarà ridotta. Contattami se vuoi iniziare un percorso guidato e personalizzato per imparare a gestire emozioni e preoccupazioni.