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Il dolore per quello che non è stato: faccia a faccia con il rimpianto

Il rimpianto è un’esperienza molto comune: a chi non è capitato di non fare qualcosa e poi pentirsene, oppure di rendersi conto di aver scelto l’alternativa sbagliata di fronte a un bivio della nostra vita? Evitare questa condizione è impossibile, ma possiamo fare in modo che quello che non è stato non diventi automaticamente quello che doveva essere, impedendoci di vivere al meglio il presente.

Il rimpianto viene definito come una sensazione di amarezza legata a un’occasione perduta. È importante distinguere il rimpianto dal rimorso, due stati d’animo che spesso vengono accomunati: nonostante entrambi siano accompagnati da un umore depresso, il rimpianto riguarda spesso qualcosa di non agito ed è rivolto a noi stessi, mentre il senso di colpa (o rimorso), al contrario, spesso attiene a un’azione commessa che vorremmo non aver compiuto ed è una sofferenza provocata ad altri - e a noi stessi come conseguenza - dal punto di vista emotivo.

Il rimpianto è uno stato conosciuto universalmente che ci spaventa prima di fare una scelta e ci devasta quando lo proviamo. In realtà fa parte dell’umana esperienza e, come ci viene insegnato dalla mindfulness e dall’ACT (un nuovo approccio psicoterapeutico che punta all’accettazione e alla consapevolezza del dolore come parte della nostra vita interiore), è destinato a passare al pari degli altri stati mentali e a lasciarci di nuovo nella possibilità di vivere il presente. Ma questo stato ha una caratteristica che complica ulteriormente questo passaggio mentale: è legato a un’occasione perduta nel passato, che non avremo più l’opportunità di vivere. Molto spesso questa occasione (che in realtà non abbiamo vissuto, pertanto non possiamo essere certi fino in fondo che sia migliore del nostro presente) viene idealizzata e ci appare meravigliosa e irraggiungibile. Il senso di perdita genera un dolore che può apparire incolmabile e che, se si protrae a lungo, può paralizzarci nelle scelte successive, impedendoci di agire.
immagine: rimpianto - senso di perdita / Photo by ian dooley on Unsplash

Vivere senza rimpianti è un falso mito

Cerca di vivere senza dover rimpiangere nulla” è uno dei motti assolutamente irrealistici che sono proposti a gran voce nella nostra società. Dovremmo sempre cercare di ricordare che nella vita siamo continuamente sottoposti a scelte e qualche volta può succedere di pentirsi di non aver scelto l’altra opzione. Possiamo trattenerci in questo umore doloroso per qualche ora o per qualche giorno, a patto che poi torniamo alla realtà per capire come aggiustare le cose così come stanno (problem solving), piuttosto che pensare a come le avremmo volute. Ma potremmo anche restare impigliati in amare riflessioni sul passato, condizione che genera una ricaduta anche molto grave sulla nostra vita, portando con sé bassa autostima, sfiducia nelle proprie capacità di prendere decisioni e nel futuro, impedendoci in questo modo di vivere la nostra vita a pieno, sfruttando le possibilità reali che essa offre e che, se il nostro sguardo è rivolto al passato, non riusciamo a vedere.
Questa condizione esistenziale, che può portare fino a un disturbo depressivo, affligge soprattutto coloro che si trovano spesso a rimuginare: il rimuginìo è caratteristico di diversi disturbi, fra i quali emergono in particolare il Disturbo d’Ansia Generalizzato, il Disturbo da Attacchi di Panico ed il Disturbo Ossessivo Compulsivo; i primi due caratterizzati da timori catastrofici, l’ultimo dalla paura di una catastrofe interiore (come una grave colpa).

Accettiamo la possibilità di sbagliare

Realisticamente, per scegliere un’opzione, bisogna aspettare il momento in cui si hanno a disposizione tutti i dati necessari per decidere, attesa che spesso per l’ansioso risulta intollerabile. Ma certe volte non si tratta solo di una questione di tempo: potremmo anche non disporre mai di tutte le informazioni in grado di sciogliere la nostra incertezza. Che fare in questi casi?
Dobbiamo prendere atto del fatto che non è tutto sempre controllabile e imparare ad accettare la nostra vulnerabilità. Sarebbe bello liberarci definitivamente da ogni genere di incertezza; purtroppo però il mondo non sarà mai un luogo completamente sicuro. Prima ce ne rendiamo conto, prima raggiungeremo un livello apprezzabile di fiducia interiore che ci aiuterà a modificare o accettare la situazione che ci si presenta davanti, contando sulle nostre capacità di problem solving.
Teniamo presente che il rimpianto, ossia il rimuginio focalizzato sul passato (ruminazione) è caratterizzato da uno scarso livello di concretezza e da strategie piuttosto vaghe che rifiutiamo continuamente, in quanto ritenute sempre non all’altezza rispetto al passato idealizzato.
immagine: rimpianto - accettare la vulnerabilità / Photo by Tyler Lastovich on Unsplash

Evitiamo le sabbie mobili dell’attesa

Viviamo nel rimpianto anche perché percepiamo un vantaggio nel restare fermi in un preciso momento della nostra esistenza senza riuscire a distaccarcene: continuando a rimuginare, speriamo di essere pronti di fronte a una nuova scelta simile; in realtà questa rigidità del pensiero immobilizza ancora di più l’azione, bloccandoci in un comportamento di difesa verso eventuali scelte sbagliate e impedendoci di fatto di fare nuove esperienze, alcune delle quali potrebbero rivelarsi gratificanti.
immagine: rimpianto - blocco / Photo by Wicked Sheila on Unsplash
Rispetto a questo pericoloso blocco, bisogna imparare ad accettare il nostro passato così come è andato: in questo senso la mindfulness ci invita ad accogliere tutte le situazioni ed emozioni in maniera avalutativa, cioè senza giudizi. Solo in questo modo potremo guardare il nostro presente con uno sguardo limpido e realista e attivarci per viverlo con gioia anche se non è perfetto, compiendo tutte le azioni necessarie affinché sia lui la scelta giusta, senza paragonarlo continuamente ad altri mondi irreali. Solo con un atteggiamento di accoglienza riusciremo a riconoscere il bello che c’è intorno a noi e a goderne qui e ora con gratitudine e soddisfazione.

Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.
(Mark Twain)

Vuoi allenarti a sviluppare un atteggiamento più accogliente verso i tuoi pensieri e le tue emozioni? Facciamolo insieme.

Con l’EMDR il trauma psicologico diventa un ricordo che ci fa crescere

EMDR è l’acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing, cioè desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari. È un metodo psicologico che tratta le difficoltà emotive causate da esperienze di vita disturbanti ed è applicabile con adulti e bambini. In questo articolo scopriremo qual è stato il processo che ha portato all’individuazione di questa tecnica, come funziona e in quali casi può essere applicata.

Il trauma psicologico dalla fine dell’800 a oggi

La psicologia clinica si è occupata fin dalle sue origini dei traumi psicologici. Fra i primi studiosi troviamo Pierre Janet (1889) al centro ospedaliero universitario Salpetrière di Parigi, il quale attraverso l’ipnosi osserva che le reazioni agli eventi traumatici emotivamente intense interferiscono con la memoria, la quale rimane dissociata dalla coscienza e viene rivissuta nel presente sotto forma di sensazioni corporee o immagini visive.
immagine: EMDR - movimento oculare - SGLpsicologa / Photo by Amanda Dalbjörn on Unsplash
Joseph Breuer e Sigmund Freud negli Studi sull’isteria (1895) affermano che “Gli isterici soffrono di reminiscenze”: manca una narrativa del trauma, che viene rivissuto e non trasformato in parole. Nasce da qui la talking cure, ossia la cura attraverso la parola.
Successivamente si occupano del trauma anche Sandor Ferenczi (1932) e Carl Gustav Jung (1921); quest’ultimo sottolinea la necessità di riportare alla luce la teoria traumatica delle nevrosi.
Nel 1941, James Kardiner nota come la mente traumatizzata provi le stesse emozioni o sensazioni avute al momento del trauma.

Negli anni ‘60 e ‘70 la psicologia clinica dimentica l’interesse per il trauma, ma le persone che avevano vissuto esperienze profondamente disturbanti continuano a chiedere di poter risolvere il proprio passato, in modo da evitare continue ricadute sul loro presente e futuro. Gli psicologi riprendono così a studiare questa materia e nel 1987 Francine Shapiro scopre il metodo EMDR, che si rivela molto interessante rispetto alla risoluzione dei traumi, tanto che nel 2002 viene dichiarato “sicuramente efficace” per i disturbi post-traumatici acuti dall’American Psychological Association e in vari Paesi del mondo è inserito nelle linee guida ufficiali per il trattamento dei disturbi da stress post-traumatico.
immagine: EMDR - risolvere il passato - SGLpsicologa / Photo by Nick Fewings on Unsplash

L’intervento dell’EMDR nel superamento del trauma

Si tratta di una tecnica che si può integrare con approcci psicoterapeutici molto vari: cognitivo-comportamentali, psicodinamici, analisi transazionale, psicologia della Gestalt, ecc. (Balbo, 1998). Dato che il trauma dissocia la memoria dell’evento dalla sua possibile elaborazione razionale, l’obiettivo dell’EMDR è riassociare le due parti. Attraverso il movimento oculare, l’EMDR permette di distanziarsi dal ricordo traumatico; lo fa partendo dal presupposto che ogni persona abbia in se stessa la capacità di curarsi e che, mediante questo approccio, riesca ad attivarla.

La teoria su cui si basa l’EMDR è che le conseguenze che derivano dal trauma siano causate da informazioni negative immagazzinate nel sistema nervoso: il ricordo resta congelato nel cervello e le informazioni negative rimangono separate e isolate dalle aree cerebrali contenenti informazioni positive. Le esperienze simili al trauma riattivano continuamente le memorie dolorose: questo avviene perché il trauma produce una separazione fra la memoria emotiva e la parte del cervello preposta alla rielaborazione verbale e razionale dell’accaduto. Proprio questa separazione è il meccanismo che impedisce ai ricordi traumatici di essere integrati nella propria autobiografia e di determinare la crescita personale dell’individuo; infatti, fino a che la persona continua a interpretare il presente basandosi sulle convinzioni del passato, non avviene la crescita post-traumatica. I problemi di autostima e autoefficacia arrivano da lezioni negative del passato riguardanti il proprio valore e potere, l’essere amati, ecc. che contribuiscono alla creazione di un’immagine negativa di sé.

Attraverso l’EMDR si genera una elaborazione accelerata del trauma che cambia la prospettiva della persona, la quale incorpora credenze positive su di sé. Le cognizioni adattive (come per esempio “Non è colpa mia” o “Il pericolo è cessato”) si collegano alle emozioni e alle sensazioni fisiche. Dopo che l’informazione è stata riprocessata positivamente, si innesca un miglioramento che porta al benessere generale della persona. Sia l’emotività sia il corpo si adeguano alle informazioni corrette. Secondo Shapiro (1995) questa tecnica è basata sul nostro sistema innato di elaborazione dell’informazione (Adaptive Information Processing).
immagine: EMDR - crescita post-traumatica - SGLpsicologa / Photo by Suzanne D. Williams on Unsplash

Quando si può ricorrere all’EMDR


  • L’EMDR è risultato particolarmente efficace nei seguenti casi:
  • Vittime di aggressioni, crimini, sequestri, atti terroristici
  • Vittime di guerra (combattenti, reduci, rifugiati, vittime di tortura)
  • Vittime di violenze, abusi e molestie sessuali
  • Vittime di disastri naturali o incidenti
  • Lutto traumatico e/o complicato
  • Persone con malattie gravi e loro parenti
  • Fobie e attacchi di panico
  • Disturbi sessuali
  • Dipendenze
  • Disturbi alimentari
  • Vittime di bullismo e mobbing

Questa tecnica ha dato buoni risultati in particolari ambiti, come lo sport e il mondo dell’arte ed è adatta a chi deve migliorare le proprie prestazioni.
La tecnica EMDR è valida per ogni fascia di età: adulti, adolescenti e bambini.
Se fai fatica a lasciarti alle spalle un’esperienza dolorosa, contattami; sono qui per aiutarti.

L'ipnosi, una nuova terapia del tabagismo

Ormai è risaputo, le campagne contro la dipendenza dal fumo (tabagismo) che mirano a spaventare puntando sulle possibili gravi conseguenze non funzionano: i mass media, i protagonisti dei film e i leader dei gruppi che incitano più o meno intenzionalmente al fumo esercitano una pressione sociale che spinge soprattutto i giovani ad adottare il comportamento da fumatore, spesso anche minimizzando i risultati delle ricerche che ne denunciano la pericolosità.
immagine: smettere di fumare – giovani fumatori
immagine: smettere di fumare – giovani fumatori / Cameron Kirby
I dati confermano la diffusione del fenomeno: in Italia nel 2016 il 19,8% della popolazione dai 14 anni in su si dichiara fumatore; praticamente una persona su 5, adolescenti inclusi. Il dato risulta ancora più allarmante se inserito in un quadro e in un arco temporale più ampio: in Europa dall’inizio degli anni ’90 al 2018 i fumatori di età compresa tra gli 11 e i 15 anni sono aumentati del 50%.
Il guaio è che, purtroppo, una volta entrati nella spirale delle sigarette, è difficile uscirne e si va incontro a tutte le fasi che si notano nelle dipendenze:
  • Assuefazione: aumento del numero giornaliero, perché la quantità precedente non basta più;
  • Craving: termine inglese che sta per “brama”, “smania” e indica l’esigenza di averne sempre a disposizione
  • Astinenza: comportamento ansioso e facilmente irritabile dovuto al non potersi procurare la sostanza

Perché le persone non riescono a smettere di fumare?


Le ragioni per cui le persone non smettono di fumare pur conoscendo bene i pericoli insiti nelle sigarette sono diverse e soggettive, ma su tutte ne spiccano alcune più ricorrenti:
  • La difficoltà nel tollerare l’astinenza, prima fisica e poi emotiva (quest’ultima è più insidiosa, perché può manifestarsi anche a distanza di anni dall’ultima sigaretta)
  • La sfiducia in se stessi, riconoscibile da frasi come “Ho provato di tutto, ma non ha funzionato, sono un caso disperato
  • La preoccupazione di come sostituire questa abitudine nei momenti di stress, principalmente dovuta alla paura di prendere peso
immagine: smettere di fumare – sfiducia in se stessi
immagine: smettere di fumare – sfiducia in se stessi / Abbie Bernet
Per aiutare le persone ad abbandonare la dannosa abitudine del fumo, ormai da diverso tempo sono stati accertati i vantaggi e i buoni risultati che provengono dalla terapia con l’ipnosi. Questa tecnica viene continuamente aggiornata per cercare di raggiungere risultati sempre migliori e oggi vanta una percentuale di riuscita tra il 44% e il 70% dei casi a distanza di 3 anni.

La terapia ipnotica: un percorso motivazionale personalizzato

L’ipnoterapia si articola in 8 passaggi che tengono presenti sia le caratteristiche comuni dei fumatori, sia la personalità e la biografia specifica di ciascuno.
Nel fumatore spesso sono presenti tratti di ansia, che tenta di gestire attraverso comportamenti disfunzionali come l’uso della nicotina; un’autostima piuttosto bassa, con una conseguente mancanza di fiducia nelle proprie capacità di riuscire a smettere. Da non sottovalutare è anche il piacere stesso di fumare. Infine, quando un tabagista sceglie di abbandonare le sigarette, spesso lo fa a seguito di un evento che lo ha in qualche modo colpito: alcune volte spaventandolo, altre generando disgusto, magari per aver fumato troppo in alcuni momenti recenti. Col passare del tempo, però, quella circostanza diventa un ricordo sempre più appannato e così anche la motivazione si fa più debole.
immagine: smettere di fumare – mantenere la motivazione
immagine: smettere di fumare – mantenere la motivazione / Maddi Bazzocco
Oltre a questi fattori comuni, ogni fumatore ha una propria vita fatta di biografia e specificità genetiche che lo portano ad avere preferenze e gusti individuali e a disapprovare e respingere altre sensazioni; immagini e luoghi che lo aiutano a trovare la calma e altri che lo infastidiscono o gli richiamano ricordi inquietanti. Ed è qui che entrano in gioco le metafore: largamente usate nell’ipnosi, possono essere costruite su misura basandosi proprio sulle peculiarità del soggetto che abbiamo di fronte.
La terapia ipnotica per il tabagismo si presenta come una tecnica di breve durata (1 o 2 sedute) che tiene conto di entrambe le dimensioni (caratteristiche comuni e aspetti individuali) e che agisce soprattutto sull’incremento e mantenimento della motivazione.
Contattami se vuoi provare a smettere di fumare seguendo una terapia seria e mirata.

fonti:
Istat - https://www.istat.it/it/archivio/202040
Fondazione Veronesi - https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/fumo/sempre-piu-fumatori-giovanissimi-sono-il-doppio-rispetto-al-1990 https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/lesperto-risponde/anche-la-dipendenza-da-fumo-puo-dare-crisi-dastinenza
Merati L., Ercolani R., Manuale pratico di ipnosi clinica e autoipnosi, Edra, 2015

Fobia sociale: la paura del giudizio altrui. Riconoscila e affrontala!

La parola fobia viene dal greco phóbos e significa panico, paura. Questo stato d’animo può accompagnarci in una grande varietà di situazioni ed essere scatenato da diversi fattori; un particolare tipo di paura, che attanaglia molti di noi quando siamo sotto gli occhi di tutti, è la fobia sociale. Come riconoscerla? Come influenza la nostra vita? Come si può gestire?

Come riconoscere la fobia sociale

I principali sintomi di questo disturbo sono:
  • la paura marcata e persistente delle situazioni sociali o prestazionali nelle quali siamo in presenza di persone non familiari o siamo esposti al possibile giudizio degli altri e temiamo di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante;
  • un forte stato d’ansia quando ci troviamo nella situazione temuta, che può assumere i contorni di un vero e proprio attacco di panico nei soggetti più sensibili;
  • la consapevolezza che la nostra paura è eccessiva o irragionevole;
  • un’intensa sensazione di ansia o disagio che ci porta a evitare o a mal sopportare le situazioni sociali o prestazionali temute;
  • un’interferenza di evitamento, ansia anticipatoria o disagio con le nostre normali abitudini, con il nostro funzionamento lavorativo (o scolastico), con le nostre attività e relazioni sociali;
  • un grande disagio per il fatto stesso di avere la fobia.
Una delle emozioni più caratteristiche della fobia sociale è quindi l’ansia. L’ansia è un'attivazione fisiologica che comporta una serie di manifestazioni somatiche, come per esempio palpitazioni, tremore, sudore e rossore facciale. Può manifestarsi a livello fisico, cognitivo e comportamentale e ci fa sentire inadeguati.
Anche altre sensazioni e comportamenti, come la paura o l’evitamento (cioè l’allontanamento da una situazione, una persona o un evento che percepiamo come pericoloso per noi stessi), sono una diretta conseguenza dello stato fobico.
immagine: fobia sociale - evitamento / Photo by freddie marriage on Unsplash

La fobia sociale è un disturbo diffuso, difficile da mandare via

La fobia sociale presenta 2 sottotipi: generalizzata oppure specifica. Quella generalizzata, come suggerisce il termine, è una costante e non dipende dalla possibilità di ricevere un giudizio dagli altri; quella specifica è più legata a una singola prestazione: sostenere un esame orale, fare un discorso in pubblico, gareggiare in una competizione sono solo alcune situazioni tipo in cui possiamo sentirci sotto una lente di ingrandimento e temere di fare brutta figura o di coprirci di ridicolo. Dal punto di vista del fobico sociale, queste eventualità possono influenzare negativamente l’opinione di chi lo ascolta o osserva (dando erroneamente per scontato che ci sia sempre qualcuno pronto a giudicare ogni sua azione).
La più diffusa è la forma generalizzata, che è anche la più grave e porta un maggior numero di persone alla richiesta di un trattamento. Gli uomini fanno più spesso richiesta di trattamento, anche se sono le donne a soffrirne di più.
L'andamento del disturbo è fatto di alti e bassi, di vari scompensi e la situazione diventa ancora più complicata in concomitanza di altri comportamenti disfunzionali. I più frequenti sono:
  • l'abuso di alcool (per sciogliere i freni inibitori);
  • l'abuso di ansiolitici (per calmarsi).
immagine: fobia sociale specifica - discorso in pubblico / Photo by Tim Napier on Unsplash

Come si sviluppa la fobia sociale?

Le condizioni che favoriscono l’insorgere della fobia sociale derivano dall’ambiente familiare: uno stile d’attaccamento insicuro, con genitori ansiosi, ipercritici, evitanti e che reprimono l’assertività dei figli fanno sì che questi sviluppino una tendenza al perfezionismo e un'organizzazione mentale di tipo ossessivo, oppure disturbi del comportamento alimentare (DCA).
Altre caratteristiche possono essere avere una bassa autostima, attribuire agli altri il proprio pensiero (deficit di decentramento), ricordare solo eventi negativi.

Guardando il fenomeno da un punto di vista puramente evoluzionistico, la paura ultima è quella di essere esclusi dal gruppo, che nel regno animale equivale a un aumento del pericolo. Le azioni sono quindi mirate a prevenire il rifiuto e l'esclusione: la paura di perdere la faccia e di essere ridicolizzati attiva il nostro Sistema Motivazionale Interpersonale agonistico, cioè tutti quei comportamenti che usano meccanismi di rivalità per la conquista di un ruolo vincente.
I cambiamenti cognitivi derivanti da questa paura sono:
  • un’aumentata percezione e attenzione ai segnali di pericolo;
  • l’inibizione dei segnali della propria paura;
  • l’attivazione di comportamenti difensivi e protettivi.
immagine: fobia sociale - paura di essere esclusi dal gruppo / Photo by Climate KIC on Unsplash

Come curare la fobia sociale

Per inquadrare un soggetto fobico sociale si può fare riferimento al modello di fobia sociale di Clark e Wells del 1995. Questo si concentra su tre aspetti:
  1. una particolare attenzione ai propri stati interiori;
  2. l’uso di informazioni interne per prevedere il proprio effetto sugli altri;
  3. il ricorso a comportamenti di sicurezza, quelli che possono preservarlo dal fare figuracce.

Le relazioni di una persona che soffre di questo disturbo sono realmente influenzate dai comportamenti protettivi che mette in atto; il problema è il significato attribuito alle proprie azioni e alle reazioni altrui, infatti il soggetto tende a rimuginare sempre, prima, durante e dopo la circostanza temuta.
Il fobico desidera il contatto, ma ha paura della propria prestazione, perché vede gli altri come superiori e dunque li teme. Le situazioni specifiche temute spesso riguardano il mangiare, il bere, lo scrivere mentre qualcuno lo guarda; il parlare in pubblico, partecipare a riunioni, avere rapporti sessuali, utilizzare bagni pubblici.

Per bloccare questa spirale di paura e negatività si può intervenire utilizzando alcune tecniche, quali:
  • i compiti di esposizione. Il paziente affronta una situazione che normalmente percepisce come sgradevole sotto la guida del terapeuta per superare l’ansia verso di essa e riscriverne mentalmente il significato.
  • il role playing. Il paziente simula con il terapeuta una situazione sociale o professionale che lo agita particolarmente; in questo modo può scoprire nuove soluzioni in una modalità protetta, senza doversi misurare realmente con le conseguenze di eventuali errori comportamentali o cognitivi.
  • la manipolazione dei comportamenti protettivi. Il paziente prende in esame le situazioni temute, immagina come si comporterebbe per evitare di sentirsi goffo, ridicolo o inadeguato e insieme al terapeuta trova degli atteggiamenti alternativi, meno concentrati su di sé e più funzionali a costruire delle esperienze sociali positive; l’obiettivo non è più evitare o superare l’evento temuto, ma viverlo in modo sereno e soddisfacente. 
Il terapeuta deve quindi:
    • lavorare insieme al paziente sulle conseguenze catastrofiche ipotizzate, ridurre il suo autocriticismo e perfezionismo, eliminare i suoi comportamenti protettivi (uno su tutti l’evitamento);
    • aumentare la capacità di focalizzazione esterna del paziente, correggere le sue aspettative negative circa una situazione specifica con l’esposizione in vivo, favorire il suo apprendimento di abilità sociali.
Ti capita spesso di sentirti a disagio quando sei in mezzo agli altri? Contattami, insieme capiremo come gestire emozioni e comportamenti generati dall’ansia.

Fonti: stateofmind.it, aidas.it, terzocentro.it, psicolab.net

Dubbio patologico, quando scegliere diventa un incubo

Il dubbio patologico è un funzionamento mentale che fa parte del disturbo ossessivo-compulsivo. Si manifesta con l'impossibilità di decidersi a compiere una scelta di fronte a un dilemma. A tal proposito è famoso l'aneddoto dell'asino di Buridano, attribuito a Giovanni Buridano, filosofo francese del XIV secolo: narra di un asino che, vedendo due mucchi di fieno entrambi belli e appetibili, muore di fame lacerato dalla scelta. Qual è il motivo della sua drammatica sorte? Riportando il quesito nella realtà attuale: perché a volte facciamo così fatica a scegliere di fronte a più di un’opzione? E perché ci ritroviamo intrappolati in labirinti di indecisione e sofferenza, arrivando in alcuni casi alla depressione?

Controllare tutto, un desiderio irrealizzabile

Una delle cause principali è dovuta al desiderio di controllo: viviamo in un'epoca in cui esaltiamo comportamenti impossibili, come il controllo totale di ciò che accade intorno a noi; in realtà il filosofo Blaise Pascal ci ha insegnato che la condizione più naturale per l’uomo è quella dell’incertezza e con questa dovremmo imparare a convivere. La razionalità intesa come risposta a qualsiasi tipo di domanda sulla base di un ragionamento logico diventa razionalismo e sappiamo bene che il suffisso –ismo spesso indica un’esagerazione. Questo abuso della ragione che invade campi che non le appartengono e questo tentativo di controllare tutti gli aspetti del nostro futuro senza ammettere l’esistenza dell’imprevisto sono le principali fonti dell'ansia.
immagine: dubbio patologico / Photo by Soroush Karimi on Unsplash
Il dubbio patologico trova le sue radici in questo tipo di comportamento: infatti l'impossibilità della scelta è dovuta al tentativo di pianificare in maniera ineccepibile il nostro domani, prevedendo ogni conseguenza possibile. Non accettiamo che esistano domande a cui non si possa dare una risposta razionale e continuiamo inutilmente a cercarle, come quando siamo presi da dubbi di carattere personale (“Farò bene a cambiare lavoro?”, “Amo il mio partner o mi sto abituando alla sua presenza?”, “Sono pazza?”, “È meglio fare così o in quell'altro modo?”).
Ci sforziamo in tutte le maniere di trovare una risposta logica ai nostri interrogativi, cercando prove che ci rassicurino del fatto che sia quella giusta, ma questa rassicurazione durerà solo per poco tempo. Il dubbio patologico, infatti, funziona come un labirinto: dopo ogni risposta ci troviamo di fronte a nuove domande e, una volta risposto a quelle, ce ne vengono in mente molte altre, in un susseguirsi di domande e risposte che ci impediscono di toglierci dal bivio. Questa situazione, in cui cerchiamo attraverso il ragionamento razionale una risposta certa per poter controllare il nostro futuro, viene definita dilemma.
immagine: dubbio patologico - domande / Photo by Evan Dennis on Unsplash
Quello che invece dovremmo fare, dopo una valutazione dei vantaggi e degli svantaggi, è provare ad ascoltarci profondamente, tenendo in considerazione anche il nostro corpo, le emozioni che ci invia attraverso i suoi infiniti sottili cambiamenti (“Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non può comprendere”, recita una famosa frase dello stesso Pascal) e infine intraprendere una delle due strade del bivio, sapendo che non esiste una scelta giusta e una sbagliata, bensì diversi modi di vivere la scelta operata. Potremmo incamminarci continuando a guardare la strada abbandonata, oppure essere aperti a quello che ci offre quella che abbiamo scelto.

Tre trappole mentali che ci trattengono nel dubbio patologico

Si può rimanere ingabbiati nel dubbio patologico per diversi motivi.

  1. Per l’insoddisfazione: quando ci orientiamo verso una scelta pensiamo inevitabilmente che sarebbe stato meglio scegliere l'alternativa scartata, ma se torniamo sui nostri passi ci sembrerà che la prima scelta che avevamo fatto era la migliore, in un pendolo infinito che ci fa vivere nel rimpianto, impedendoci di vivere il nostro presente con piacere. Questa è una modalità della mente altamente disfunzionale: infatti l'alternativa ci sembrerà sempre più piacevole in quanto, non vivendola, possiamo solo immaginarla e idealizzarla, dimenticando che in tutte le situazioni ci sono luci e ombre.
  2. A causa dell’autosvalutazione: quando guardiamo le due direzioni del bivio, le vediamo entrambe impraticabili. Il nostro dialogo interiore ci suggerisce che non ce la faremo mai ad affrontare le conseguenze di nessuna delle due opzioni; quindi rimaniamo fermi, immersi in una estenuante indecisione.
  3. Spinti dal senso di colpa: ci convinciamo che, qualunque sia la nostra scelta, avrà una conseguenza sulle persone intorno a noi e sarà solo nostra l’intera responsabilità. Davanti alla prospettiva di effetti catastrofici causati da una nostra azione, l’ansia ci immobilizza impedendoci a priori di compierla.
immagine: dubbio patologico - bivio / Photo by Kyle Glenn on Unsplash

Mindfulness e tecniche paradossali: due aiuti psicologici per uscirne

Il dubbio patologico può essere risolto attraverso diverse forme di psicoterapia. Esso nasce e si sviluppa in seguito al tentativo di dare risposte razionali a domande personali che non possono essere affrontate solo con il ragionamento logico. Queste risposte ci rassicurano concedendoci un sollievo momentaneo, fino a quando, poco dopo, arrivano altre domande a cui dobbiamo nuovamente rispondere se vogliamo operare una scelta e così via. La terapia per contrastare il dubbio patologico, quindi, si fonderà sul fare in modo che il soggetto smetta di rispondere alle proprie domande.
Una tecnica per raggiungere questo risultato è quella della mindfulness, ossia vivere il presente momento per momento senza permettere alla nostra mente di andare nel passato a ricercare la malinconia o di correre nel futuro riempiendoci di ansia, cercando di mantenere la mente nel presente. Questo non significa rifiutare o allontanare la domanda (così facendo tornerebbe ancora più insistentemente e non ci libereremmo mai della sua presenza); mantenere la mente nel presente significa accettare che questa domanda si presenti nella nostra mente, ma che non abbia una risposta certa, imparare a sopportare anche a livello fisico l'ansia che questa consapevolezza ci procura e ascoltare le sensazioni che il corpo ci invia riguardo alle nostre preferenze.
immagine: dubbio patologico - mindfulness / Photo by Les Jay on Unsplash
Se proprio non riusciamo a smettere di cercare risposte nonostante la meditazione, un altro esercizio da provare è quello che utilizza le tecniche paradossali: scrivendo tutte le domande che si pongono alla nostra mente con le rispettive risposte, questo vortice si estinguerà per esaurimento. In ogni caso è sempre consigliabile rivolgersi ad uno specialista per una valutazione adeguata del problema e per imparare ad applicare le tecniche nella maniera più corretta.

Vuoi uscire dal circolo vizioso del dubbio patologico? Contattami, insieme possiamo affrontare con serenità la situazione.

Combattere la pigrizia mentale si può, anche con la psicologia

In terapia cognitivo-comportamentale esiste una modalità per operare le proprie scelte, il problem solving. Questa tecnica è costituita da diverse fasi:

  1. si delinea bene il problema, definendolo nei dettagli il più possibile;
  2. si pensa a tutte le soluzioni che la nostra creatività ci suggerisce, anche le più improbabili (stimolano il pensiero creativo);
  3. si selezionano solo le migliori strategie che siamo riusciti a progettare;
  4. si sceglie quale azione compiere: dovremmo scegliere l’opzione che ha il rapporto migliore fra vantaggi e svantaggi, ricordando che non esiste una scelta giusta in senso assoluto;
  5. si mette in pratica la scelta.
Sembrerebbe ovvio: dopo esserci impegnati tanto per trovare una soluzione, una volta raggiunta non ci resta che metterla in pratica… Eppure a volte non lo facciamo. Perché?

Perché non riusciamo a vincere la pigrizia mentale

Rimaniamo bloccati nel dilemma pur sapendo quali azioni ci porterebbero fuori dalla situazione. Non è una condizione che ci piace: molte volte ce la prendiamo con noi stessi ritenendoci stupidi (“So benissimo cosa dovrei fare, eppure non lo faccio”) o dandoci dei giudizi morali severi (“Dopotutto me lo merito: sono un pigrone”). Questo stato di immobilità fisica, accompagnato da un continuo girare mentalmente a vuoto su uno o più problemi (detto anche ruminazione), è stato definito nel tempo in molti modi: accidia, psicastenia o, più comunemente, pigrizia e da secoli suscita timore e curiosità.
Timore perché, con la sua sola presenza apparentemente immobile e silenziosa, ma in realtà carica di giudizi, è in grado di risucchiarci ogni energia e ogni motivazione a sostegno dello sforzo necessario per raggiungere i nostri traguardi; può essere la causa del fallimento dei nostri piani.
Curiosità perché, oltre a essere un tratto soggettivo che può renderci più o meno propensi all’azione, nessuno ne è completamente immune nel corso della propria vita e in alcuni momenti, di fronte a certi compiti, capita di sentirsi catturati dalla pigrizia e di voler rimandare l’azione.
immagine: pigrizia mentale - ruminazione / credits: Nik Shuliahin

Le tre principali cause della pigrizia: paura di fallire, di riuscire, rassegnazione

Da dove viene la pigrizia, si può davvero combattere? Dipende dal nostro carattere o ne siamo soltanto vittime? Si può fare qualcosa per vincere la pigrizia oppure quando si manifesta dobbiamo rinunciare agli obiettivi della nostra vita? Sono tante le domande a cui rispondere. Se riflettiamo sulle diverse cause che possono generare questo stato, notiamo che la pigrizia appare come un segnale che indica un momento di disagio di chi ne soffre, piuttosto che una caratteristica costante della persona. Le cause che la generano, infatti, di solito sono:

La paura del fallimento

La riuscita dei nostri progetti, anche i più ambiziosi, richiede sempre un primo passo che segni la partenza verso quello scopo: una ricerca su internet o sui giornali, qualche telefonata per prendere un appuntamento con qualcuno, un giro in automobile per osservare il territorio; niente di troppo faticoso. È soprattutto in questo caso che sorge il dubbio che il problema non sia la pigrizia come tratto individuale, ma qualcosa di più profondo, che ha a che vedere con l’autostima, l’ottimismo e la fiducia in noi stessi: la strutturazione nella personalità di un atteggiamento di sfiducia verso le nostre capacità e la possibilità di reagire alle avversioni che ha origine nei nostri primi anni di vita, durante i quali potremmo aver imparato che chi sbaglia ha fallito. Questa considerazione così drastica delle naturali difficoltà che incontriamo durante la realizzazione di un obiettivo ci portano a scegliere di non sbagliare per non sentirci falliti. Questa convinzione ci blocca prima ancora di aver provato a fare qualcosa e, se da un lato ci libera dalla paura di fallire il nostro sogno, dall’altro ci lascia ugualmente in uno stato di frustrazione e insoddisfazione che alla lunga può manifestarsi con stati d’animo problematici (perenne tristezza, noia, rabbia, invidia).
immagine: pigrizia mentale - paura del fallimento / credits: rawpixel

La paura del successo

Complementare alla paura di fallire è il suo opposto: la paura del successo. Da adulti viviamo inseriti in sistemi più o meno stabili nel tempo, che garantiscono a chiunque ne fa parte una certa prevedibilità e sicurezza; queste possono rappresentare una rampa di lancio da cui uno di noi talvolta riesce a spiccare il volo. Ma nei sistemi ci si influenza reciprocamente e le vicende di uno dei suoi appartenenti hanno sempre una ricaduta su tutto l’insieme, positiva o negativa. Spesso questi effetti sono imprevedibili e il singolo comincia a temerli: proviamo sensi di colpa verso le persone care che non attraversano lo stesso nostro periodo positivo, oppure, a causa delle pressioni sociali, ci imponiamo stili di vita conformi a presunti status che non ci fanno sentire felici e realizzati (la donna deve guadagnare meno dell’uomo altrimenti lo umilia, avere aspirazioni significa essere avidi, e così via). Di fronte a tante preoccupazioni legate al nostro successo personale, spesso quando stiamo per tagliare il traguardo scegliamo, inconsapevolmente, di accontentarci e rimandiamo quegli ultimi passi fino a dire a noi stessi che non siamo stati capaci perché troppo pigri.
immagine: pigrizia mentale - paura del successo / credits: rawpixel

La rassegnazione al proprio stato

La pigrizia, infine, può essere il segnale di una rassegnazione profonda, che ci appare senza via d’uscita: una rassegnazione verso il futuro, verso noi stessi e le nostre capacità, verso gli altri e la fiducia che riponiamo nel prossimo; sentiamo che nessuno può aiutarci e rimaniamo immobili nel nostro senso di disperazione. Chi ci sta vicino ci incita in buona fede, ma involontariamente rafforza il giudizio negativo che abbiamo di noi stessi, facendoci scivolare ancora più a fondo. È il quadro che dipinge il grande psichiatra Aaron Temkin Beck quando parla di triade cognitiva (la visione negativa di sé, del mondo circostante e del futuro) e del senso di solitudine che pervade la persona ammalata di depressione. In questo caso la pigrizia non ha niente a che vedere con il carattere o con la voglia di reagire, è il sintomo di uno stato psicologico che richiede attenzione e cura da parte di specialisti.
immagine: rassegnazione - triade cognitiva / credits: Flash Bros
Tirare fuori pensieri e sentimenti negativi parlando con un terapeuta non deve spaventarci, né va vissuto come una debolezza o un’incapacità a risolvere i nostri problemi da soli; significa che esiste un percorso guidato attraverso il quale la pigrizia si può superare, basta solo essere aperti a nuove (e meno pessimistiche) visioni di noi stessi, di quanto ci accade e delle possibilità che ci riserva il domani. In questo modo saremo in grado di gestire in modo più proficuo le gli imprevisti in grado di minacciare il nostro benessere mentale e la nostra realizzazione.

Stai attraversando un momento di pigrizia e non riesci a uscirne? Contattami, insieme possiamo farcela.

Adolescenti e iperconnessione: il fenomeno hikikomori

Ragazzi ritirati dalle relazioni, chiusi in se stessi, barricati nelle loro camerette con gli occhi fissi su cellulari, computer o altri dispositivi; giovani che hanno perso ogni interesse: ciò che un tempo costituiva una passione, un hobby da praticare nel tempo libero, ora non ha più attrattiva. Nei casi più gravi non studiano più, non dormono la notte per restare connessi alla rete, provocando l’alterazione dei ritmi biologici e la conseguente impossibilità di frequentare regolarmente la scuola. Mangiano pochissimo o davanti al computer. È il fenomeno hikikomori, riconosciuto per la prima volta in Giappone dallo psichiatra Tamaki Saito, direttore del Sofukai Sasaki Hospital di Tokyo.

L’identikit degli hikikomori, giovani ritirati sociali (ma non dai social)

I ragazzi definiti hikikomori (che significa “stare ritirato, stare in disparte”) temono la relazione reale con l’altro. I social esercitano su di loro un grande fascino, perché basta un dispositivo dotato di connessione, come uno smartphone, per accedere a un mondo virtuale e creare un’immagine di sé differente dalla realtà, più vicina a ciò che vorrebbero essere piuttosto che a ciò che sono; un profilo su misura per piacere, sedurre e gonfiare la propria autostima con feedback fittizi. I social network offrono le condizioni ideali per appagare il loro narcisismo: qui gli hikikomori possono condividere identità, storie, persino personalità del tutto inventate.
immagine: hikikomori - connessione
immagine: hikikomori - connessione / credits: Isabell Winter
È importante non generalizzare: molti adolescenti fanno un uso massiccio di internet per cercare luoghi, notizie, mantenersi in contatto con gli amici, ascoltare musica, ma allo stesso tempo possiedono delle capacità socio-emotive che gli hikikomori non hanno.
Il fenomeno identificato dal dottor Saito, infatti, colpisce i giovani che non hanno abilità sociali o una sufficiente autostima da permettere a se stessi di mettersi in gioco nelle relazioni reali, affrontando l’amicizia, l’amore, il conflitto, la rottura di un rapporto; tutte quelle situazioni che dobbiamo vivere da giovani, nel gruppo e con i nostri pari per riuscire ad acquisire le competenze socio-emotive necessarie a crescere e diventare adulti.
Per questa ragione lo psichiatra Tonino Cantelmi (Cantelmi et al. 2010), propone come lato opposto della medaglia la sovraesposizione, con fenomeni tipo il sexting (scambio tramite dispositivi di contenuti erotici, anche mostrando il proprio corpo) o il cyberbullismo (insulti e prese in giro in forma anonima).
immagine: hikikomori - mancanza competenze socio-emotive
immagine: hikikomori - mancanza competenze socio-emotive / credits: Alice Moore

Hikikomori: (possibili) cause e rimedi

Le cause di questa patologia sono ancora poco chiare: nel paese d’origine sembra giochi un ruolo fondamentale l’iperprotezione materna per compensare l’assenza del padre dalla vita del ragazzo, insieme a un’educazione culturalmente centrata su una sfrenata competizione; questa genera un’ansia da performance che si tradurrebbe negli hikikomori in un ritiro da qualsiasi interazione.
Anche se il fenomeno è stato scoperto in Giappone, sembra che i primi casi siano stati riscontrati anche in Europa e in Italia; un dato che ha portato alla nascita di siti orientati alla sensibilizzazione su questo problema. Dal punto di vista sociologico la situazione in Italia sembrerebbe meno drammatica, comunque non è escluso che le difficoltà ad abbandonare le sicurezze del nido familiare per mettersi in gioco nelle relazioni esterne possano avere un certo peso nel generare questo tipo di comportamento. Anche il bullismo e l’emarginazione da parte del gruppo sono tra i fattori che concorrono allo sviluppo di questa sindrome: complice la mancanza di regole condivise in rete, spesso i giovani si esprimono in piena libertà senza controlli superiori, accanendosi su singoli soggetti e innescando in essi reazioni talvolta drammatiche.

Per quanto riguarda la cura, esistono attualmente due modi di affrontare il fenomeno:

  1. considerarlo un problema sociologico più che psichiatrico, da risolvere attraverso il ricovero in struttura: qui diversi ragazzi con lo stesso problema possono relazionarsi tra loro e uscire piano piano dal proprio isolamento.
  2. ritenerlo un comportamento patologico e trattarlo come una dipendenza di nuovo genere, che può migliorare con l’aiuto di uno specialista: in questi casi il professionista dovrà avere sempre ben presente il dolore interiore che spinge il soggetto a una scelta di ritiro così estrema e dovrà prima di tutto empatizzare con questa tristezza per poter stabilire in un secondo momento la relazione che gli permetterà di potersene occupare. La pet-therapy è consigliata per tutti i tipi di evitamento sociale, perché permette al paziente di stabilendo un rapporto più rapido e spontaneo e più facilmente gestibile grazie alla presenza di un animale.
immagine: hikikomori - pet therapy
immagine: hikikomori - pet therapy / credits: Andrew Branch

Come gestire un ragazzo hikikomori all’interno delle mura domestiche?

Ecco alcuni consigli per le famiglie di un adolescente hikikomori:
  • non conviene iniziare un braccio di ferro, rimproverandolo per le ore che passa chiuso in camera; meglio piuttosto provare a sedersi accanto a lui e interessarsi genuinamente alle sue attività preferite, fare domande e chiedere spiegazioni;
  • provare a condividere con l’adolescente ciò che gli piace, per esempio giocare con lui a un videogioco;
  • proporre alternative da svolgere insieme, preferibilmente all’aria aperta e senza connessione a internet.
immagine: hikikomori - come gestirli in famiglia
immagine: hikikomori - come gestirli in famiglia / credits: JESHOOTS.COM
Purtroppo non esistono ancora linee-guida per prevenire questo comportamento, ma si possono mettere in atto alcune accortezze:
  • stabilire un tempo limite in cui il ragazzo può giocare con il suo dispositivo;
  • dialogare con lui, chiedendogli come si sente a scuola, con gli amici, con noi genitori;
  • dedicare un po’ del nostro tempo a stare insieme a lui, divertendoci, giocando insieme, prestandogli attenzione;
  • osservare il suo comportamento, provando a notare i segnali che ci invia per poter intervenire in tempo se ci rendiamo conto che sta vivendo un disagio;
  • condividere: parlare delle nostre e delle sue emozioni senza inibirci o spaventarci.
Questo vale per tutti i momenti di disagio dei giovani: se nostro figlio attraversa un periodo di difficoltà, la cosa migliore è non negare l’evidenza, in modo da poter intervenire tempestivamente, ma senza abbandonarci a reazioni allarmistiche: gli adolescenti sono giovani e quindi plastici, in grado di modificare i comportamenti che causano loro tristezza e dolore per rinascere con una nuova forza, una personalità finalmente sicura e capace di stare in mezzo agli altri.


--- Il 17 maggio è stata approvata una legge sul contrasto del cyberbullismo, che:
  • dà una definizione precisa delle azioni che rientrano in questo fenomeno;
  • affida ai gestori di siti, social o trattamenti l’impegno a rimuovere, oscurare o bloccare contenuti diffusi in rete qualora segnalati dalle vittime minorenni;
  • designa un tutor scelto tra i professori di ogni istituto per le iniziative contro il cyberbullismo;
  • prevede per i soggetti minorenni riconosciuti come cyberbulli la convocazione insieme a un genitore da parte di un questore e l’ammonimento.

Mancanza di autostima: da cosa deriva e come affrontarla

Con il termine autostima si intende una stima, una valutazione che il soggetto compie di se stesso. Gli indici che ci portano a formulare questo giudizio sono diversi: vanno dall’ambiente circoscritto, come la famiglia, a quello allargato, come la scuola, dove le affermazioni e le modalità di insegnanti, allenatori e compagni diventano molto importanti per la costruzione della fiducia in noi stessi.
Ognuno è diverso, ma ci sono delle tendenze comportamentali comuni che possono aiutarci a capire se davanti a noi c’è una persona con o senza autostima.

Caratteristiche dei soggetti con e senza autostima

Il soggetto con una buona autostima:
  • è ottimista, pensa di riuscire ad affrontare le difficoltà;
  • non si arrende di fronte agli insuccessi;
  • è equilibrato nell’attribuzione delle cause dei fallimenti: sa di non poter controllare tutte le variabili, ma non le considera neppure tutte esterne a sé;
  • ha uno stile comunicativo assertivo: sa esprimere i propri bisogni e desideri senza imporli;
  • riesce a regolare le proprie emozioni;
  • ha un dialogo interiore positivo.
Al contrario, il soggetto con scarsa o nulla autostima:
  • crede che non riuscirà a portare a termine i propri impegni;
  • si avvilisce di fronte alle difficoltà, perché non si sente in grado di affrontarle;
  • gli insuccessi rinforzano il giudizio negativo che ha di sé;
  • non attribuisce in maniera adeguata i risultati delle proprie azioni: se qualcosa va secondo le sue aspettative è per merito della fortuna o dell’aiuto di qualcuno, se non funziona è tutta responsabilità sua;
  • spesso ha paura di esprimere i propri desideri e bisogni, perché pensa non siano importanti;
  • viene sopraffatto dalle emozioni, risultando introverso o troppo aggressivo;
  • ha un dialogo interiore demotivante.
persone con bassa o scarsa autostima / credits: Evan Clark

Come si può rimediare alla mancanza di autostima?

Questa situazione esistenziale può cambiare attraverso un costante allenamento interiore: non possiamo aspettarci che le convinzioni errate su noi stessi svaniscano con qualche regola - specialmente se è da tanto tempo che ce le portiamo dentro -, ma la costanza nell’allenare la nostra mente e la nostra psiche a guardare le situazioni da una nuova prospettiva può senza dubbio aiutarci a risanare un po’ la nostra autostima.

1. Stabilire un nuovo dialogo interiore

autostima - nuovo dialogo interiore / credits: Sylvain Reygaerts
Prima di tutto è necessario riconoscere quale sia il nostro dialogo interiore, dobbiamo cioè capire che tipo di pensieri automatici ci attraversano la mente di fronte a un disagio: questi, infatti hanno una profonda ricaduta sulle reazioni e sull’umore con cui affronteremo (o subiremo) una difficoltà.
Una volta riconosciuti questi pensieri, dovremo esercitarci a sostituirli con suggerimenti più utili: un pensiero che ci perdoni, ci consoli o ci motivi ad andare avanti.

All’inizio questo nuovo dialogo con noi stessi potrebbe suonarci finto, poco spontaneo: è del tutto normale, se fino a poco prima ci siamo giudicati negativamente!
Con il tempo però interiorizzeremo un’immagine di noi stessi nuova e più clemente: saremo sempre meno interessati al confronto con standard irraggiungibili di perfezione, mentre inizieremo a fare una valutazione completa della nostra persona, riconoscendoci punti di forza e di debolezza.
Un atteggiamento più comprensivo ci aiuta anche a guardare con occhi nuovi e a dare il giusto peso alla nostra idea di successo e di fallimento (aspetto che incide molto sull’opinione che abbiamo di noi stessi), come sostiene lo scrittore Alain de Botton nel suo intervento per TED.

2. Trovare il coraggio di esprimere noi stessi

autostima - saper osare / credits: Joshua Earle
Lo stesso lavoro mentale dovremo rivolgerlo agli altri: avere una bassa autostima ci porta a idealizzare le persone con cui siamo a contatto, vedendone solo gli aspetti positivi; difficilmente pensiamo che un individuo molto competente in alcuni ambiti potrebbe aver bisogno di aiuto in altre situazioni, proprio come noi.

Non riusciamo a capire che anche gli altri possono avere le nostre stesse difficoltà e che quindi non siamo inferiori a nessuno, pertanto anche questa pratica all’inizio andrà svolta come un esercizio da interiorizzare nel tempo.

Infine dovremo iniziare a osare:
  • nel dire quello che preferiamo (nuovo pensiero automatico: è importante per gli altri conoscerti meglio)
  • nel dire di no (nessuno ti volterà le spalle per questo)
  • nel buttarci in un’impresa (hai tutte le capacità per scommettere su te stesso e, se le cose andranno diversamente da come ti aspettavi, hai comunque tutte le capacità per incassare il colpo e ripartire)
Questa fase è la più faticosa di tutto il percorso, se non crediamo in noi stessi e non riconosciamo il nostro valore; ecco perché è importante premiarci quando vinciamo una piccola grande sfida con noi stessi e prenderci cura di noi con piccoli gesti che ci fanno sentire gradevoli ai nostri occhi.

Einstein diceva: “È strano vedere come la gente faccia sempre le stesse cose aspettandosi risultati diversi”. Cambiare non è facile, è molto impegnativo. Non esistono regole d’oro per riguadagnare la propria autostima, ma modificare alcuni nostri pensieri e comportamenti è un primo passo per cominciare a sentirci soddisfatti di noi stessi.

Vuoi fare un percorso per recuperare la tua autostima? Parliamone insieme.