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Impara a dire grazie, sarai più felice. Lo dice la psicologia

È da diverso tempo ormai che gli studiosi, come Robert Emmons o Randy Kamen, hanno notato una correlazione fra la gratitudine e la felicità, intesa come una vita ricca di significato e soddisfacente. Il sentimento di gratitudine, quel senso di riconoscenza che ci riempie di una felicità condivisa con chi si mostra gentile nei nostri confronti, è un’emozione che abbiamo provato tutti qualche volta nella vita. Quand’è che questa sensazione così profonda si manifesta in noi? E come influisce sul nostro benessere?

Quando proviamo gratitudine e perché

La gratitudine è quella sensazione che dovremmo provare di fronte ad un dono. Dovremmo, perché in realtà non è una reazione così scontata: molte volte tendiamo a non riconoscere un regalo vero, scambiando invece come tale una ricompensa (cioè quanto riceviamo per aver fatto qualcosa di utile, come un lavoro o un favore). Un dono è per definizione assolutamente gratis: non è dovuto, aspettato, meritato, guadagnato o pagato. Viene fatto in nome dell’affetto e del piacere di offrire qualcosa per generare gioia nell’altro e, proprio per questo, la gratitudine è un sentimento che fa provare una felicità condivisa.
immagine: gratitudine - dono / photo by rawpixel.com
Un dono vero genera in noi un piacere antico, fondamentale dal punto biologico ed essenziale per lo sviluppo psicologico: la consapevolezza di meritare amore. Questo bisogno basico, il bisogno di sentirsi amati gratuitamente, possiamo ritrovarlo in almeno due specifiche fasi dello sviluppo umano:
  • nella fiduciosa richiesta di cure da piccoli (che ci permettono di sopravvivere, non essendo ancora autosufficienti);
  • nel processo di costruzione della sicurezza in noi stessi per affrontare le sfide complesse di fronte a cui ci mette la vita, sapendo che la nostra esistenza ha un significato.
La gratitudine è l’emozione che proviamo quando un dono vero ci ricorda che siamo importanti. Il sentimento che proviamo di fronte a questa dichiarazione sottintesa, di fronte alla fortuna di poter vivere questo momento, è simile a uno stato di fusione che fa vibrare dentro di noi la bellezza della vita, di appartenere a lei e alla natura. E un dono su cui ci soffermiamo poco è proprio quello spontaneo offerto dalla vita: il fatto di essere qui, di avere occhi per vedere quanto c’è di bello nel mondo, di avere i sensi per odorare, ascoltare, toccare, esplorare; di avere questo preciso momento per poter agire o pensare. Nella sua Critica della Ragion Pratica il filosofo Immauel Kant affermava:
“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me.”
Ma per apprezzare questi momenti è necessario concedersi un po’ di tempo: riuscire a fermare il flusso dei doveri e delle incombenze per poter godere un momento della gioia di sorprenderci. Ritrovare quella sorpresa antica davanti agli eventi che ormai sono diventati conosciuti e quindi non suscitano più emozioni: nel caso di Kant, il cielo stellato sopra di me. Si tratta di provare a vivere in una nuova dimensione della coscienza: quella della consapevolezza (o mindfulness), attraverso la quale possiamo riconoscere e vivere ogni istante senza trascurarlo e ricavandone un profondo senso di gratitudine.
immagine: gratitudine - gioia di sorprenderci / Photo by Luca Upper on Unsplash

Perché il sentimento di gratitudine è così importante?

Perché saper provare gratitudine è un tratto del carattere di cui sembrano dotate le persone che si percepiscono serene e realizzate. Si potrebbe pensare che sia la loro fortunata situazione a sviluppare in esse questo senso di riconoscenza; in realtà questo meccanismo non si innesca sempre in modo automatico. Tutti conosciamo individui che avrebbero ogni possibilità per godersi la loro felicità, eppure ci capita di vederli scontenti, qualche volta addirittura in crisi. La capacità di saper vedere doni intorno a noi - doni ricevuti in maniera totalmente gratuita - ci mette nella posizione di notare il meglio in quanto abbiamo già, predisponendoci alla felicità. La gratitudine genera in noi un senso di appagamento e di pienezza che rende inutili emozioni difficili da gestire come ansia, rabbia e rancore, che pertanto si dileguano. I livelli di stress si riducono, mentre aumenta un senso di fiducia in noi stessi che rafforza la resilienza nei momenti difficili della vita; infine, sostiene Robert Emmons, questa emozione facilita l’integrazione sociale: questo significa che, se sappiamo praticare la gratitudine, potremo contare su una rete di solidarietà intorno a noi quando saremo in difficoltà.
immagine: gratitudine - integrazione sociale / Photo by rawpixel.com on Unsplash

Riconoscenti si nasce… E si diventa

La nostra capacità di provare o meno gratitudine può dipendere dal tipo di famiglia in cui siamo cresciuti, a seconda che ci siamo sentiti amati gratuitamente oppure ci siamo percepiti come individui performanti, cioè bimbi che l’amore lo devono meritare. Nel primo caso saremo naturalmente più propensi a dimostrare questa abilità. Ma niente paura, anche nel secondo caso il senso di riconoscenza verso gli altri e la gioia che ne consegue possono essere imparati e allenati, fino a farne la modalità con cui affrontiamo spontaneamente le nostre giornate. Come?
  1. Possiamo scrivere in un diario ogni giorno qualche cosa per cui siamo stati felici; bastano anche piccole cose. La gioia che proviamo nel farlo piano piano crescerà, fino a diventare un nuovo modo di vedere la realtà.
  2. Possiamo imparare a ringraziare, anche procedendo per piccoli passi: cominciare a farlo per iscritto, poi a voce (anche per telefono), per arrivare infine a guardare negli occhi la persona a cui ci stiamo rivolgendo; in qualunque modo decidiamo di esprimerci, il piccolo atto del ringraziare genererà immediatamente un momento di condivisione e gioia che resterà a lungo. 
Provare gratitudine può davvero migliorare la qualità percepita della tua vita. Vuoi sviluppare questa capacità? Parliamone insieme.

Imparare la collaborazione, attivare la resilienza

La notizia del terremoto del Centro Italia avvenuto nella notte del 24 agosto del 2016 ha lasciato scossa tutta la penisola… In pochi secondi una moltitudine di paesi sono stati distrutti, si contavano centinaia di morti… La vita di molte persone era cambiata inesorabilmente nel tempo di una manciata di minuti…

E anche Norcia, cittadina così caratteristica del territorio umbro, aveva sentito tremare la terra, aveva visto lunghe crepe formarsi sui muri delle case, aveva assistito impotente alle opere di sfollamento e rinforzo dei palazzi da parte della Protezione Civile. Avevano resistito i muri; ma le persone, terrorizzate da ciò che avevano visto quella notte, erano ugualmente state costrette a riparare nelle tende, nelle palestre, nei dormitori allestiti. E non solo Norcia aveva dovuto sopportare i movimenti della terra: Campi, Preci, Castelluccio… E molte altre frazioni, molti altri ameni paesi si ritrovavano ora a dover fare i conti con il terrore.

In quell’occasione l’Ordine degli Psicologi dell’Umbria (ma anche altri Ordini di diverse regioni come il Lazio, la Lombardia e la Campania) si sono immediatamente mobilitati chiamando a raccolta in forma di volontariato tutti gli iscritti che avessero dato la propria disponibilità per sostenere psicologicamente gli abitanti di queste popolazioni.

Fra i professionisti reclutati ho aderito anch’io ed ho ritenuto l’esperienza che ho vissuto così piena e formativa che condivido volentieri l’esperienza.

Durante questa prima scossa mi sono trovata a collaborare in un gruppo formato da 9 terapeute di cui 5 provenienti dall’Associazione EMDR di Milano, una dall’Ordine della Campania, una da quello della Lombardia ed una dal Lazio; infine c’ero io, in quell’occasione unica rappresentante dell’Ordine dell’Umbria. Poiché una buona parte degli edifici di Norcia, dove era stato allestito il campo della Protezione Civile, aveva resistito alla scossa, noi terapeute eravamo state alloggiate in una piccola pensione a qualche chilometro dall’accampamento. Ho trascorso notte e giorno, cinque giornate con queste altre terapeute.
immagine: terremoto - gruppo terapeute volontarie
Avendo anch’io la formazione EMDR ho utilizzato insieme alle colleghe milanesi questo approccio in un protocollo particolare incentrato sulle emergenze ottenendo ottimi risultati in tema di elaborazione e sollievo: dopo circa 6 sedute di trattamento le persone riferivano di sentirsi meglio e di vivere il ricordo in maniera più distaccata e visivamente meno nitida. Nelle fasi finali emergevano anche pensieri più positivi che contenevano la speranza di poter rientrare nelle case e riprendere la propria quotidianità.

Ho avuto modo di osservare colleghe più esperte di me in fatto di emergenze ed ho potuto apprendere un modus operandi formato da tanti fattori che per me, abituata alla tranquillità del mio piccolo studio, erano nuovi: ho imparato la tempestività, ovvero la capacità di fare scelte nell’immediato e di assumersene la responsabilità, certi di ciò che si sta facendo. Ho partecipato alle mansioni organizzative: perché anche nell’emergenza è necessario riuscire a mantenere quel minimo di ordine che garantisca un lavoro finalizzato e non svolto in maniera caotica. Sono stata con il gruppo anche nei momenti al di fuori dell’intervento, per esempio la sera, prima di andare a dormire: anche qui ho imparato moltissimo. Ho imparato a riparlare di ciò che accade durante la giornata per riformularlo e riuscire a dare un significato a ciò che era accaduto a quelle persone e a ciò che stavo facendo io. Ho imparato la collaborazione: diverse persone che prima non si conoscevano, diverse formazioni, diversi curricula, diverse provenienze. Eppure un’unica efficiente organizzazione la cui finalità principale era dare sollievo alle paure di quelle persone. Con le colleghe oggi mi ritengo amica: persone che non conoscevo, che vedevo anche con un po’ di diffidenza… Invece il legame che ne è nato è stato molto forte a causa dello stress a cui siamo state sottoposte, i racconti delle madri impaurite per i loro figli, delle persone sole che tutt’a un tratto si sono accorte di quanto erano vulnerabili, degli anziani che raccontavano la loro rassegnazione… Le scosse che noi stesse sentivamo anche durante le sedute!

Poi la terra sembrava essersi calmata… Per tutto il mese di settembre e quasi tutto il mese di ottobre, solo piccole scosse che, se continuavano a torturare l’anima di chi viveva in quelle zone, però non creavano ulteriori danni agli edifici, erano scosse ben lontane da quelle che avevano seminato morte alla fine di agosto…

Ma era solo un momento di riposo… Alla fine di ottobre (il 26 e il 30) Madre Terra ha ricominciato a scuotersi, questa volta con scosse fortissime, questa volta ferendo profondamente anche la nostra cara Umbria: Norcia, Preci, Campi, Monteleone non ce l’hanno fatta… Sono crollate anche loro… I muri si sono sgretolati sotto la spinta che i movimenti tellurici imprimevano alla superficie! Ancora una volta, però, la morte ci ha sfiorati ma non si è fermata: i cittadini, infatti, già da diversi mesi, spaventati dal terremoto di agosto, dormivano fuori dalle loro case (allora le temperature lo permettevano ancora…) e questo ha salvato la vita di molti!
immagine: terremoto - San Benedetto Norcia
Nuova emergenza, di nuovo tanta gente che vedeva i propri progetti distruggersi davanti agli occhi. Ancora tanto dolore, tanta paura, tanta ansia per un futuro tutto da riscrivere. Immediatamente si sono attivati per la seconda volta l’Ordine dell’Umbria e l’Associazione EMDR ed io, come tanti altri psicologi, ho dato la mia disponibilità. Questa volta la suddivisione dei compiti è stata diversa: nella core zone sono andati un gruppo di colleghi esperti nell’ambito delle emergenze, mentre io ed altri colleghi siamo stati assegnati come sostegno alle persone che erano state sfollate ed accolte negli alberghi. Così, in un luogo sicuro, l’esperienza è stata ancora una volta nuova per me: c’era modo di rivedersi, di fare un numero di sedute tali da creare una relazione di fiducia e conoscenza non accelerata dai tempi. Ho appreso così le tante storie delle persone che ho ascoltato prima di somministrare il protocollo EMDR, reazioni immediate, squarci di realtà, immagini impresse, sensazioni, odori, il “grande boato” che ha spaventato tutti, la confusione nel riversarsi nelle strade e poi ritrovarsi, infreddoliti e con gli occhi sbarrati, nel parco fuori le mura, riconoscersi, sostenersi, aspettare per vedere se stiamo tutti bene… Mi hanno raccontato di armadi che cadevano fracassando tutto ciò che contenevano (piatti, bicchieri, bottiglie…), la strada si muoveva come un nastro, sembrava volerti far cadere per dispetto, le automobili dondolavano come se fossero state leggere leggere, pareva che si ribaltassero!
immagine: terremoto - case crollate
Poi, piano piano, è arrivato un po’ d’ordine, la Protezione Civile ha ricominciato il suo lavoro… E molti sono arrivati lì, negli alberghi, molte erano le persone con cui in seguito avremmo lavorato noi psicologi… Ma non era finita qua. Già perché, quello che ho sentito più spesso dai giovani adulti era il rammarico di aver perso tutto, tutto: la casa, sì, molti anche il lavoro. Ma anche le piccole cose: le foto del matrimonio, i vestiti, oggetti di persone care… Li avrebbero riavuti?
immagine: terremoto - piccole cose
Altre persone mi hanno raccontato del cimitero distrutto, bare allo scoperto e della disgustosa blasfemia che leggevano in tutto questo. Gli anziani, invece, cercavano di farsi una ragione del fatto che forse non avrebbero più rivisto Norcia… “Eh, coi tempi che abbiamo noi italiani mica ci ritorno più a Norcia”… La speranza era quella di avere almeno la famosa “casetta”: da lì sì, si poteva ricominciare raccontavano. Ma la loro preoccupazione non era per loro, era per i loro figli, gente forte, in gamba, con tutto il futuro ancora da divorare: giovani genitori di bambini ancora piccoli, coppie appena sposate che hanno avuto il coraggio di sobbarcarsi un mutuo, ragazzi intraprendenti che avevano da poco aperto un’attività, fiduciosi nella riuscita dei loro progetti… E adesso? Dove trovare la tanto famosa “resilienza” in una storia del genere? Come aiutarli a riprogettare il futuro ancora con fiducia?
immagine: terremoto - crolli
Ecco: questo è ciò che abbiamo fatto noi psicologi, questa la sfida che abbiamo accettato, questo lo scopo del nostro agire lì, negli alberghi, camminando verso mete confuse che si andavano delineando a poco a poco insieme alle persone che avevamo davanti che con incredibile tenacia, comunque, erano pronte a ripartire.

photo by: marcellomigliosi1956, Angelo_Giordano, The Climate Reality Project, Sweet Ice Cream Photography)

(Articolo pubblicato su “La Mente Che Cura – Rivista dell’Ordine degli Psicologi dell’Umbria”, Anno III, N. 3, Agosto 2017)

L’ansia: una risorsa preziosa (se sai tenerla a bada)

Una delle emozioni più intollerabili è l'ansia: uno stato d’angoscia nel quale non vorremmo trovarci mai, emblema dell'incertezza nonché causa di reazioni fisiche che ci appaiono insopportabili (tachicardia, arrossamento del volto e sudorazione, per citarne alcune). Generando quell'incessante - e generalmente inutile - rimuginìo sugli esiti futuri del problema che ci affligge, ci impedisce di concentrarci e ci toglie energie per affrontare il presente.
In realtà, però, anche questa emozione, come tutte le altre, può essere funzionale al raggiungimento dei nostri scopi: infatti, se riusciamo a mantenere l’ansia entro una certa soglia, può anche rivelarsi vantaggiosa.
Quando dobbiamo affrontare un colloquio o sostenere un esame, la reazione d'allarme che genera ci aiuta a concentrarci di più e focalizza la nostra attenzione evitandone la dispersione; sempre l’ansia, nei giorni precedenti a eventi importanti, mette in circolo specifici ormoni in maniera tale da farci preparare al massimo.
immagine: gestione ansia - vantaggi / credits: rawpixel
Se però l'ansia supera una certa soglia e non riusciamo a modularne l’intensità, allora diventa improvvisamente un limite: tutti gli aspetti positivi che potevano aiutarci a raggiungere un risultato si manifestano in maniera amplificata e diventano veri e propri ostacoli.
L'attenzione, al posto di essere focalizzata, si disperde distraendosi continuamente, la concentrazione non riesce a mantenersi a lungo su un compito; i pensieri disfunzionali entrano e sostano nella nostra mente, impedendoci di acquisire dati e informazioni per l’evento che ci preoccupa.
Insomma, un’ansia eccessiva può anche diventare la causa del nostro fallimento. È quindi fondamentale mantenerla sempre a un livello ottimale e farne un’emozione utile al raggiungimento dei nostri fini, anziché un ostacolo. Per fortuna esistono diverse modalità con cui poter gestire questa emozione così complessa e così frequente nella vita di molti di noi.

Primo metodo di gestione dell’ansia: l’equazione dell’ansia

Questa equazione è stata ideata dallo psicologo Paul Salkovskis, grande studioso dei disturbi d’ansia. Essa ci dice che l'ansia è determinata dall'influenza di quattro fattori: la gravità dell'evento, cioè quella che noi, soggettivamente, attribuiamo all'evento, moltiplicata per la probabilità stimata che l'evento stesso si verifichi, in rapporto con la capacità di tollerare l'evento temuto per la possibilità percepita di rimediare. Lavorare sull’intensità di uno o più fattori è l’elemento chiave per riportare l’ansia sotto i livelli di guardia.
immagine: gestione ansia - equazione
Secondo quest'equazione, se riusciamo a togliere importanza all'evento temuto (gravità dell’evento nell’equazione), senza catastrofizzarne le conseguenze, l'ansia diminuirà proporzionalmente; così pure se riusciamo a razionalizzare in maniera più oggettiva la probabilità che quell'evento accada (possibilità del suo verificarsi), per esempio ricorrendo a statistiche o raccogliendo informazioni da fonti accertate, sapremo gestirla meglio. Si tratta di semplici operazioni di contenimento dell’emozione; quando non è possibile compierle, possiamo prendere in considerazione le altre due variabili dell’equazione, quelle al denominatore della frazione. Per quanto riguarda la tolleranza dell’evento, dobbiamo mobilitare la cosiddetta resilienza, ossia la fiducia nel fatto di possedere le risorse necessarie a sopportare un eventuale esito negativo; inoltre possiamo sempre mettere in campo la possibilità di rimediare a quanto accaduto: se riusciamo a trovare un modo per ottenere ugualmente il risultato sperato nonostante le cose siano andate nel peggiore dei modi, non considereremo più l’evento temuto insormontabile, ma ci sembrerà affrontabile; anche in questo modo l’ansia diventerà più gestibile.

Secondo metodo di gestione dell’ansia: affrontare le emozioni che genera

Un altro modo per gestire l'ansia è quello di usare le emozioni, anziché evitarle. Molti studi dimostrano come lo stato di inquietudine che avvertiamo di fronte a un evento temuto sia in realtà una strategia per evitare di provare emozioni, una su tutte la paura: in poche parole, ci impegniamo di più a pensare verbalmente ai nostri timori che a sentire l'emozione. Tuttavia solo ascoltando ed immergendoci nelle nostre emozioni possiamo superarle e magari scoprire di essere più bravi nel gestirle di quanto non credessimo.
L’evitamento dell’emozione può essere immaginato come un individuo che non si decide a saltare da un trampolino: è lì sulla punta, impaurito, non riesce a muoversi, quando al trampolino vicino arriva una persona, che con una rincorsa si tuffa. Questa persona ha scoperto immediatamente che tuffarsi da un trampolino di media altezza di una piscina non è pericoloso; l’individuo che resta immobile sulla punta del trampolino continua a pensare che sia spaventoso e non riesce né a tornare indietro, né a compiere quel salto.
immagine: gestione ansia - evitamento emozioni / Photo by Jay Wennington on Unsplash
Nei suoi studi Tom Borkovec, professore di psicologia e ricercatore sui disturbi legati all’ansia, ha fatto emergere come, nella maggioranza dei casi, la paura più temuta sia verbalizzata piuttosto che immaginata visivamente; questo perché, attraverso il linguaggio, razionalizziamo la nostra paura ed evitiamo di provarla.
Se la mia paura più grande è che io possa avere un incidente e ritrovarmi su una sedia a rotelle, parlarne mi attiverà una leggera paura, ma sicuramente avrà un impatto più forte vedermi in un filmato su quella sedia a rotelle.
L’attivazione emotiva è molto più forte attraverso l’immagine che non attraverso la parola e la descrizione. Attraverso la razionalizzazione si raffredda l'emozione, cioè viene temporaneamente repressa. Infatti, gli inquieti sono dei rimuginatori e preferiscono pensare molto invece di provare emotivamente l'impatto di un evento negativo.

Mettere per iscritto le paure aiuta a ridimensionarle: l’esperimento di Pennebaker

Per testare i benefici dell’attivazione emotiva sullo stato ansioso delle persone, lo psicologo James Pennebaker ha svolto uno studio su dei giovani universitari, suddividendoli in un gruppo sperimentale e uno di controllo. Al primo ha fatto descrivere in un tema alcune esperienze personali di sofferenza vissute; al secondo, invece, è stato chiesto di scrivere un tema su argomenti privi di rilevanza personale. Immediatamente dopo aver scritto le proprie esperienze traumatiche, il gruppo sperimentale effettivamente riferiva di stare peggio di come si sentiva prima dell'esperimento. A qualche settimana di distanza, però, lo stesso gruppo si sentiva più positivo, più carico di energia, più ottimista all’idea di affrontare gli esami imminenti rispetto al gruppo di controllo. Come spiegare i risultati ottenuti? Secondo Pennebaker, mettere per iscritto le proprie emozioni:

  1. ci costringe a sostare in esse senza reprimerle, dimostrandoci che non ne saremo sopraffatti (gli studenti del gruppo sperimentale hanno sofferto, si sono portati dentro questo senso di dolore, ma sono riusciti comunque a superarlo);
  2. ci aiuta a capire che non ci sono eventi assolutamente catastrofici, soltanto alcuni loro aspetti ci intimoriscono davvero. Basta maturare questa consapevolezza perché quegli stessi eventi ci appaiano più facilmente gestibili;
  3. ci porta a ricollocare le emozioni nella giusta prospettiva, quella di risorse alle quali attingere per superare eventi traumatici. Spesso sono risorse che non sappiamo nemmeno di possedere, perché davanti all’idea di provare dolore e/o paura tendiamo a fuggire e, di conseguenza, non le tiriamo mai fuori.
Queste considerazioni ci suggeriscono un trucco per una migliore gestione dell’ansia. Per le persone che ne soffrono può essere utile tenere un diario delle emozioni, in cui riportare:

  • la situazione attivante;
  • le emozioni e i pensieri a essa collegati.
In questo modo possiamo usarle in modo proficuo, per esempio per conoscere meglio i nostri bisogni: le emozioni, infatti, contengono sempre delle informazioni su di noi; nello specifico, l'ansia ci avvisa dell'esistenza di un problema a cui noi diamo una certa rilevanza. Chiedendoci perché per noi quel problema sia così importante potremmo capire qualche cosa in più della nostra personalità, del nostro io e delle nostre convinzioni personali. Non perdiamo la possibilità di scoprirci in grado di affrontare le nostre paure e di conoscere noi stessi in profondità attraverso le emozioni, anche quelle che ci spaventano.
immagine: gestione ansia - diario emozioni / Photo by Kari Shea on Unsplash
Ti senti spesso bloccato/a dall’ansia? Contattami, insieme possiamo trovare il metodo più adatto per gestirla.

Resilienza: la parola d’ordine per imparare a reagire alle avversità

Negli ultimi vent’anni nell’ambito della psicologia del benessere si parla sempre più spesso di resilienza. Questa parola è legata alla capacità umana di affrontare le condizioni avverse, così come altri concetti usati in psicologia e psicoterapia. Vediamo a cosa si riferiscono nello specifico i vari termini.

Coping
È l’insieme di azioni che usiamo strategicamente per risolvere una situazione critica in cui ci troviamo qui e ora;
Empowerment
È la sensazione di poter migliorare la nostra situazione esercitando un’influenza sull’ambiente (questo concetto è collegato al senso di autoefficacia personale);
Mastery
È la capacità di pensare alle difficoltà come problemi da risolvere: è tipica di chi sa trovare soluzioni creative, riconoscere i propri limiti e, all’occorrenza, chiedere aiuto.

Il significato di resilienza

La resilienza (o resilience) è composta da tutte queste capacità messe insieme: riguarda la resistenza allo stress, ma anche la tendenza alla trasformazione, allo sviluppo e alla crescita personale.
In ingegneria questo concetto indica la capacità di un metallo di reagire a un urto in maniera elastica; metaforicamente, in ambito psicologico viene utilizzato per riferirsi alla capacità dell’individuo di resistere agli urti della vita senza spezzarsi, mantenendo o potenziando le proprie risorse personali.
resilienza - significato / credits: Kyson Dana

Qual è il comportamento di una persona resiliente?

Nella nostra vita privata e professionale possono presentarsi situazioni difficili, in grado di metterci alla prova e destabilizzarci: problemi nel lavoro o difficoltà a trovarne uno, la fine di un rapporto, la perdita di una persona cara e così via. Mentre alcuni di noi si sentono sopraffatti dalle forti emozioni scatenate da questi eventi, altri riescono ad adattarsi alle nuove condizioni ricavandone addirittura occasioni di crescita personale.
Sono costretti a cambiare strategie, obiettivi e tempi di raggiungimento della meta rispetto al programma iniziale, ma questo ha un effetto positivo su di loro, perché così riassumono pienamente il controllo della propria vita, senza rimanere bloccati nel ruolo di vittima.
Questa è la resilienza: il processo di cambiamento di fronte alle avversità che permette ad alcune persone di trasformare un evento critico in una esperienza formativa.

Resilienti si nasce o si diventa?


La resilienza è legata a doppio filo con l’esperienza; il suo sviluppo non dipende solo dal nostro carattere, ma anche dal contesto in cui viviamo e dalle relazioni che creiamo: è infatti il prodotto di fattori personali, ambientali e sociali.
Dal momento che le esperienze si accumulano nel tempo, non è una qualità che si ha o non si ha, può essere appresa, ma deve essere mantenuta in costante allenamento. Dobbiamo quindi impegnarci per tutta la nostra vita a trovare nuove modalità e strategie per affrontare i momenti di destabilizzazione, a sviluppare quella capacità preziosa comunemente chiamata apertura mentale.
resilienza - apertura mentale / credits: Edu Lauton
Attenzione: anche le persone resilienti possono attraversare momenti personali di difficoltà. A differenza delle altre, però, riescono ad affrontarli e a recuperare in fretta il precedente stato di benessere psico-fisico nonostante l’accaduto.

Per migliorare la nostra resilienza dobbiamo quindi concentrarci su almeno tre aspetti: · elasticità (passare rapidamente da una strategia a un’altra più efficace) · flessibilità (saperci adattare a una nuova situazione) · recupero (tornare a uno stato di benessere dopo l’evento destabilizzante)

Le caratteristiche delle persone resilienti

Dalle ricerche sul tema - in particolare il modello di resilienza elaborato da Richardson nel 2002 - è emerso che le persone resilienti hanno diversi tratti in comune:
caratteristiche personali, come l’autostima, la tolleranza alla frustrazione, il sopportare la responsabilità, la capacità di autoregolazione emotiva, un’alta capacità di concentrazione e attenzione;
caratteristiche situazionali, come l’essersi sentiti amati incondizionatamente e l’aver avuto una buona rete sociale attorno a sé.

Un racconto sulla resilienza

Nel libro “The Tewa World” l’antropologo Alfonso Ortiz, nativo americano Tewa, riporta le parole di un vecchio saggio della sua tribù, che vive nel New Mexico. Questo racconto riassume bene il significato della resilienza e il suo ruolo decisivo nell’affrontare le sfide quotidiane.

Quando era in vita, un vecchio saggio del mio popolo, i Tewa, ripeteva spesso la frase Pin pe obi, cioè "guarda in cima alla montagna".
La sentii per la prima volta venticinque anni fa. Allora avevo sette anni e stavo partecipando ad una corsa a staffetta che si svolgeva nel territorio Pueblo per dare forza a nostro Padre il Sole nel suo viaggio attraverso il cielo.
Io ero arrivato alla fine di una strada sterrata che conduce da Est a Ovest, ripetendo la corsa del del sole. Il vecchio, che era cieco, mi chiamò e mi disse:" Piccolo, mentre corri, guarda in cima alla montagna," e mi indicò Tsikomo, la montagna sacra ad Ovest del villaggio Tewa che si intravedeva in lontananza. "Tieni gli occhi fissi su questa montagna e tu sentirai i chilometri fondere sotto i tuoi piedi.
Se farai così, tu sentirai che potrai saltare oltre i cespugli, scavalcare gli alberi e persino i fiumi". Io cercai di capire cosa poteva significare tutto questo, ma ero troppo giovane.
Qualche giorno più tardi, ebbi l'occasione di domandargli se davvero avrei potuto imparare a saltare sopra gli alberi.
Sorrise e disse: "Qualunque sia la sfida con la quale dovrai confrontarti nella tua vita, ricordati sempre di guardare in cima alla montagna. Facendo questo, tu avrai sempre davanti agli occhi l'idea di grandezza. Pensaci e non permettere a nessun problema, non importa quanto gravoso ti sembri, di scoraggiarti.
Solo la cima della montagna deve occupare la tua attenzione. Ecco il solo consiglio che voglio darti lasciandoti.
E nei cupi giorni che arriveranno, quando noi ci rivedremo, sarai in cima alla montagna".
Non ho dovuto aspettare a lungo; il mese successivo, quando le pannocchie di granoturco si allinearono fieramente nella campagna, egli morì tranquillamente nel sonno. Aveva visto ottantasette estati. (Fonte: nativi.org)
resilienza - racconto Tewa / credits: Nghia Le
La resilienza può aiutarti ad affrontare i momenti difficili della tua vita con lo spirito giusto. Contattami, capiremo insieme come svilupparla.